Calenda, i radicali e la “Biennale del dissenso” a parti rovesciate

Come nel 1977, ai tempi di Ripa di Meana, ma stavolta contro la Biennale che apre il padiglione della discordia con artisti anti-putiniani, rappresentanti di "popoli oppressi dall'imperialismo russo" e delle comunità Lgbt "vessate dal regime". Il leader di Azione appoggia l'evento, Marco Taradash promuove e attende altre adesioni

di
6 MAY 26
Immagine di Calenda, i radicali e la “Biennale del dissenso” a parti rovesciate

Foto Ansa

Sfilare fino ai Giardini, il 9 maggio; arrivare dritti al padiglione della discordia e della Russia, oggetto del contendere mediatico e politico scatenatosi attorno ai due poli della querelle, la Biennale diretta da Pietrangelo Buttafuoco e il Mic guidato da Alessandro Giuli. Sfilare e marciare sotto le stesse insegne della “Biennale del dissenso” comparse a Venezia nel 1977 quando, nel ruolo di Buttafuoco, al vertice del pilastro artistico lagunare, sedeva Carlo Ripa di Meana. E dunque manifestare con e per gli artisti silenziati e farlo, come allora, ma a parti rovesciate, in nome del “no” alla “propaganda sotto forma di soft power”, scrivono i promotori della manifestazione, tra cui Marco Taradash, già radicale storico e parlamentare europeo, poi in Forza Italia e in Più Europa. E insomma: mentre la Biennale solleva il suo sipario tra le polemiche, si riuniranno per una testimonianza itinerante gli oppositori artistici di Putin, dice Taradash, più i politici che vorranno (intanto il leader di Azione Carlo Calenda, paladino della linea del no a qualsiasi volontaria, involontaria o trasversale intendenza con il regime russo, dice al Foglio che sosterrà a distanza l’iniziativa, non potendo recarsi a Venezia di persona nei prossimi giorni). Sono passati quasi cinquant’anni e allora, negli anni di piombo post Sessantotto, Ripa di Meana, appoggiato da Bettino Craxi, buttava il cuore oltre la cortina di ferro sulle note degli Intillimani (in chiave anti Urss ma anche in nome del Cile oppresso), mentre il Pci in parte nicchiava (della serie: pensiamoci bene prima di permettere al Psi di aprire una breccia nell’egemonia culturale, seppure in nome degli artisti imbavagliati).
Oggi invece lo specchio dei dissidenti, della Ue che ha sanzionato e dei libertari, riformisti, liberali e europeisti (Taradash dice: “In molti aderiranno”) è rivolto verso il fortino russo-veneziano che apre oggi, ma non aprirà al pubblico come gli altri padiglioni, dopo la presa di posizione dell’Europa sulla revoca dei finanziamenti per violazione delle sanzioni anti-putiniane (ma l’interlocuzione con la Biennale è in corso), dopo le dimissioni della giuria internazionale e dopo le dichiarazioni dei protagonisti e non protagonisti da un lato e dall’altro degli schieramenti pro o contro Buttafuoco (a partire dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari – che non sfila con la Biennale del dissenso ma dice che nel padiglione Russia saranno presenti “solo artisti graditi al regime e scelti dal Cremlino”). Nel generale slittamento di schemi in zona Chigi (non tutti gli strali sono per Buttafuoco, ché negli ultimi giorni anche verso Giuli sono partiti dardi avvelenati), restano fermi sulle proprie posizioni, intanto, Calenda (“aprire il padiglione russo è un insulto agli ucraini”) e i promotori della Biennale del Dissenso che si preparano a un “cammino della libertà”: “Il 9 maggio, in occasione della giornata del’Europa”, recita il post di convocazione, le associazioni Europa radicale, Certi Diritti, Radicali Venezia e Arts Against Aggression lanciano “un appello a partiti e società civile” al grido di “portiamo in Laguna la vera arte libera, russa e dei popoli colonizzati e oppressi dall’imperialismo russo. Non siamo contro l’arte, ma contro l’uso dell’arte come arma di guerra e copertura dei crimini di guerra”. “Non accettiamo l’equivoco della neutralità”, è lo slogan. Per le calli e i ponti che portano ai Giardini si attendono dunque bandiere ucraine e i suddetti artisti anti-putiniani e rappresentanti dei “popoli colonizzati dall’imperialismo russo”, oltre agli attivisti delle comunità Lgbt+ “colpite dal regime” e ai cittadini “che si riconoscono nei valori europeisti della dichiarazione Schuman”.