Stabilicum, premio e nodo Vannacci. Parla Stefano Benigni

Il vicesegretario di Forza Italia difende il progetto in nome “dei principi di rappresentanza e governabilità”,  ma, aggiunge, “c’è consapevolezza del fatto che la legge sia perfettibile dal punto di vista tecnico e da quello delle valutazioni politiche”

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8 MAY 26
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Si corre a precipizio verso la legge elettorale, ma non in tutto il centrodestra. Non pare infatti assumere l’andatura del velocipede Forza Italia dove, da Marina B. all’ex sottosegretario Gianni Letta, l’atteggiamento è piuttosto quello di rallentare e guardarsi intorno (con le molte audizioni alla Camera) e osservare l’opposizione, dove un Pd ufficialmente schierato per l’“irricevibilità” della legge (come dice la segretaria dem Elly Schlein) nasconde una seconda linea ufficiosa (della serie: in fondo la legge potrebbe rivelarsi utile, se si vuole evitare di finire rosolati tra pareggi e giravolte). Sempre ufficiosamente, serpeggia un dubbio speculare tra gli azzurri: non si rischia di venire fagocitati da Meloni, con un premio di maggioranza così alto? E non si andrebbe incontro a una bocciatura della Consulta? L’uomo che allo Stabilicum ha dato il nome, Stefano Benigni, vicesegretario di Forza Italia e pontiere nei mesi di gestazione della legge, difende il progetto in nome “dei principi di rappresentanza e governabilità”, principi che Benigni ribadisce essere “non negoziabili” perché fondanti ma, dice al Foglio, “c’è consapevolezza del fatto che la legge sia perfettibile dal punto di vista tecnico e da quello delle valutazioni politiche”. Perfettibile, sì, dice Benigni, ma “non si può pensare di andare incontro alle esigenze dell’opposizione, se l’atteggiamento che traspare dalle dichiarazioni ufficiali è di totale contrarietà, come se non si volesse neanche sedersi a un tavolo”. Al di là delle parole, però, si lavora sottotraccia. Per esempio sul premio di maggioranza. “Siamo disponibili a ragionare su tutto, anche sulla riduzione del tetto al premio o sulla revisione della portata del medesimo. A patto che si resti nei confini dell’obiettivo che ci siamo posti”. Stabilità e governabilità, Benigni lo ripete: “Se, modificando l’impianto della legge, vengono meno queste finalità, allora la legge non è modificabile”. Nei meandri del Pd schleiniano, al di là dei niet formali, si guarda con interesse. Forse servono dei segnali? “Ma noi li abbiamo dati, a partire dal segretario Antonio Tajani. E anche FdI e la Lega lo hanno fatto”. Fatto sta che intanto anche i dubbi azzurri aumentano, a margine delle audizioni. “Noi ascoltiamo e vogliamo che vengano portati sul tavolo tutti i contributi possibili”. Altro nodo: in prospettiva, la legge potrebbe portare ad avere le mani legate, a destra, con il generale Roberto Vannacci, neoleader di Futuro Nazionale, movimento stimato attorno al 3 per cento (prevista soglia di sbarramento). Bisognerebbe tenerselo per forza come alleato? Con toni e scelte così distanti da Forza Italia? “Non è un dubbio che ci poniamo. La coalizione di centrodestra, per com’è stata ideata dal presidente Silvio Berlusconi, è nel dna di FI. E sgombro subito il campo dalle illazioni di chi alimenta la narrazione contraria, secondo la quale FI è desiderosa di non legarsi troppo al centrodestra, magari facendo l’occhiolino al campo largo. Non è così. Il centrodestra fondato da Berlusconi per noi è un valore assoluto. E’ una coalizione definita e consolidata da tempo, in cui il legame tra noi è costituito da valori comuni che poi si tramutano in programma elettorale. Da parte nostra c’è sempre stata disponibilità verso chiunque voglia entrare, ma a patto che si condividano valori e programma. Ma non siamo un cartello elettorale che si mette insieme solo per mandare a casa qualcuno, come vedo fare a sinistra. Fratoianni e Bonelli non sono d’accordo su nulla con Renzi e i centristi”. Neanche voi con Vannacci. “Infatti Vannacci oggi non fa parte della coalizione. Se vorrà farne parte, dovrà condividere con noi un programma, facendo lo sforzo di rinunciare a qualche posizione scivolosa per andare incontro a una sintesi collettiva, cosa che abbiamo sempre fatto”. In una prospettiva di dialogo, su cosa lavorare? “Sui ballottaggi: in un sistema bicamerale possono crearsi situazioni non chiare”. E le preferenze? “Non ne abbiamo fatto una questione di vita o di morte. Ma se le introduci devi mettere mano al testo: salterebbe l’alternanza di genere, dovresti ridisegnare anche i collegi. Si vedrà in Parlamento”.