Dannarsi sulla legge elettorale, ma a che pro?

Mentre l’Europa si italianizza, a sorpresa l’Italia dimostra pesi e contrappesi adeguati mandando in soffitta tutto quel chiacchericcio che abbiamo fatto per anni sui sistemi elettorali degli altri. Da noi la legge elettorale è una variante non decisiva

di
13 MAY 26
Immagine di Dannarsi sulla legge elettorale, ma a che pro?
Come dice sempre Peppino Sottile, e come scriveva in un suo romanzo Isaac B. Singer, la fissazione è peggio della malattia. Fossi un politico, e lo sono stato, più volte fallendo, questa storia della legge elettorale da riformare la prenderei più bassa. Se Meloni e Schlein vogliono mettersi d’accordo, e riescono a superare la cacofonia che circonda sempre le discussioni para costituzionali sulle modalità di voto, niente da obiettare. Facciano presto e male, come scherzava Gianni Boncompagni. Ma un finale di legislatura centrato sulla stabilità di governo come valore o sulla rivolta contro l’ennesima riedizione dell’uomo solo al comando, o della donna sola al comando, sarebbe di una noia mortale, un filamento lumacoso. Abbiamo chiacchierato per decenni, tra politologia effimera e gusto dell’imbroglio, di riforma elettorale: maggioritario, proporzionale, proporzionale corretto, maggioritario corretto, uninominale, preferenze, listini bloccati, premio di coalizione, un turno, due turni, indicazione sulla scheda del capo del governo.
Il risultato, alla fine, è che le varie leggi elettorali europee, verso le quali avevamo un atteggiamento spesso idolatrico, non hanno protetto le grandi democrazie dal frammentarsi all’italiana, quale che fosse il sistema di voto, mentre a sorpresa l’Italia ha acquisito, non si sa bene come o lo si sa benissimo ma è utile o comodo sorvolare, un tasso di stabilità che spagnoli (governo di minoranza da anni), francesi (pulviscolo di partiti in azione parlamentare nella Quinta Repubblica di De Gaulle e della sua Costituzione), britannici (i nuovi arrivati del bipolarismo al tramonto nella patria dell’uninominale maggioritaria, secca e a un solo turno), tedeschi (idem, ma con la proporzionale pura), oggi ci invidiano. Ci vede male chi vede il centrodestra italiano come ordalia populista e risorgenza illiberale.
Il nostro sistema scombiccherato, vetusto, fragile in teoria, esposto al trasformismo, fa ormai da molto tempo, misteriosamente ma non troppo, argine alle avventure, relegate in una periferia folcloristica e palesemente effimera. Con una coalizione di centrosinistra al governo ci sarebbe qualche rischio ideologico e demagogico in più, ma senza esagerare, perché un governo Schlein, oggi ancora implausibile, avrebbe comunque i suoi bilanciamenti riformisti e mainstream. Italiani europei, scherza Cerasa, sono un mito provinciale, mentre gli europei sono sempre più italianizzati, ma senza le nostre risorse sornione.
Prudenti in politica estera (anche troppo), sparagnini nei bilanci, audaci e spendaccioni quando è il caso (110 per cento), piuttosto trascurati nella tutela del patrimonio culturale (ma lì c’è abbastanza da scialare), mediocri ma non troppo nella Difesa, europeisti per ogni dove senza troppe discussioni, produttivi molto meno del giusto e poco liberali in economia ma non recessivi, e sopra tutto stabili. Questo produce il nostro sistema politico, di cui la legge elettorale è una variante non decisiva. Al punto da aver disinnescato, e con un governo di destra e centro, questioni incandescenti come l’immigrazione e la sicurezza, che altrove troneggiano minacciose e da noi fanno la parte un po’ giullaresca e laterale della famosa “faccia feroce”, senza vere conseguenze. Merz è impopolare al massimo, la Francia è senza maggioranza e ha prospettive numinose, Sánchez si salva di misura con l’onta del pacifismo izquierdista, del povero Starmer si dice che è più legnoso della foresta di Sherwood. La crisi dell’impero romanesco (da un titolo del Fogliuzzo) arriverà puntuale, ma per ora può aspettare. Che succo dunque ci sia a trascorrere il tempo galleggiando sulle regole del voto, visto che non sono le leggi elettorali a votare ma cittadini più o meno, e giustamente, affezionati e disaffezionati, non si sa.