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Il piano di Schlein per fare muro sulla legge elettorale. Donzelli: “Un Autogol”
Dal Nazareno rispediscono al mittente le richieste di sedersi al tavolo e chiedono l'azzeramento di premierato e legge sui ballottaggi. Boccia: "Con loro nemmeno un caffè". Alfieri: "Vogliamo anche noi la governabilità, ma non così"
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13 MAY 26

Confronto? Macché. L’importante, però, è uscirne come se la colpa “non fosse nostra ma la loro”. E’ un po’ questo il piano che al Nazareno hanno architettato da subito, ancor prima che i capigruppo alla Camera e al Senato del Pd Chiara Braga e Francesco Boccia fossero raggiunti dalle telefonate della maggioranza che li invitava a un confronto sulla legge elettorale. E infatti uscendo dalla riunione dei capigruppo che doveva calendarizzare il voto sul fine vita Francesco Boccia ieri al Foglio spiegava che “se non tolgono dal tavolo il premierato e la vergognosa norma sui ballottaggi degli enti locali nemmeno un caffè possiamo prenderci, altro che tavolo”. Un umore particolarmente condiviso all’interno del partito, quasi apparisse un ordine di scuderia. “A me sembra singolare che si siano costruiti la legge da soli e ora vogliano fare con le opposizioni dei piccoli aggiustamenti. Non funziona così”, aggiunge al Foglio il senatore Alessandro Alfieri, responsabile riforme del Pd, particolarmente convinto che presentarsi alle trattative con la pistola fumante di un’architettura non condivisa, dal premierato alle nuove regole nei comuni, serva solo a farsi dire di no a prescindere. “Tutt’altro conto è se si partiva da zero a inizio legislatura. L’hanno fatto solo prima che presentassero il premierato, dove comunque poi hanno fatto di testa loro. Ma in questo caso significa suonarsela e cantarsela da soli. Noi siamo sempre stati a favore di una legge che consentisse la governabilità, ma non a discapito della rappresentatività. E con questa legge con uno scarto dello 0,7 per cento rischi di portarti a casa il 60 per cento dei seggi”, prosegue ancora Alfieri.
E dire che ieri alla Camera il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, uno dei padri dello “Stabilicum”, ostentava una certa fiducia: “La legge elettorale non è un pacchetto chiuso e si può discutere su tutto”. Poco prima in commissione Affari costituzionali il politologo della Luiss Roberto D’Alimonte, convocato su richiesta del centrodestra, spiegava che “in alcune circostanze il premio di maggioranza potrebbe essere troppo basso e dall’altra parte troppo alto, ma potrebbe consentire in determinate condizioni non facili di arrivare al 60 per cento o poco più”. E allora Donzelli rilanciava proprio sull’abbassamento di questo premio “per esempio solo alla Camera”. Schlein e le opposizioni l’accoglieranno? “Se non si siede al tavolo credo che la segretaria del Pd commetta un autogol, più o meno quello che si è fatta rinunciando al confronto ad Atreju con Meloni”, aggiungeva il responsabile organizzazione dei meloniani. Fatto sta che la strategia per far saltare il tavolo s’è arricchita anche dell’inserimento, nello stesso calderone, della legge sul “salario minimo”. “Perché un confronto vero non può che partire da questo”, hanno preso a dichiarare in una batteria di note alcuni esponenti schleiniani del Pd, da Arturo Scotto allo stesso Boccia. Filone in cui ha provato a inserirsi anche il leader del M5s Giuseppe Conte. Vogliono cambiare la legge elettorale “per provare in tutti i modi a vincere dopo la batosta del referendum”, ha detto l’ex premier. Una chiusura netta è arrivata anche da Avs, con Nicola Fratoianni (“non ci sono condizioni per un tavolo col centrodestra”) e Angelo Bonelli (“sono sconnessi dai problemi reali del paese”) che assecondano la linea dell’aventino. Persino da Italia viva parlando di “tavolo surreale” e annunciano che non parteciperanno. Mentre secondo Ettore Rosato di Azione (padre della legge elettorale attualmente in vigore), “siamo disponibili a lavorare insieme alla maggioranza, ma la legge elettorale non è una priorità” (ma il compagno di partito Richetti parla di “schiaffo alla rappresentatività”).
Tornando al Pd, invece, al di là di Pier Ferdinando Casini che apre alla necessità di “trovare un accordo”, anche gli esponenti riformisti più “dissidenti” preferiscono non esporsi. Dando credito alla strategia schleiniana del “non è colpa nostra se non ci hanno coinvolti a tempo debito”. Almeno per adesso. E nessuno cavalca i retroscena di Marina Berlusconi che avrebbe parlato con Schlein proprio di legge elettorale, salvo poi smentire il tutto in una nota perché “queste sono dinamiche che competono esclusivamente alla politica e ai partiti”.
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Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.