Il premio Carlo Magno a Mario Draghi offre spunti anche a Meloni

L'Europa premia l'ex premier italiano ad Aquisgrana: non solo un riconoscimento, ma un mandato politico per trasformare il continente in una vera potenza

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14 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:49 PM
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Foto Epa, via Ansa

Ad Aquisgrana, nel cuore simbolico dell’Europa carolingia, il premio Carlo Magno consegnato a Mario Draghi ha un significato che va oltre la celebrazione di un uomo che ha attraversato, spesso salvandole, alcune delle crisi più difficili dell’Europa contemporanea. Il Karlspreis, il Premio Carlo Magno, non è mai soltanto un premio. E’ un termometro politico, un segnale culturale, una bussola strategica. E quest’anno, affidato a Draghi, dice una cosa semplice: l’Europa non può più permettersi il lusso di essere una potenza regolatoria senza potere, un mercato senza mercato, una moneta senza crescita, una comunità politica senza strumenti per difendere sé stessa. Premiare Draghi in Germania significa riconoscere che l’uomo che per anni è stato guardato da una parte dell’establishment tedesco con sospetto, quasi fosse il sacerdote mediterraneo della liquidità facile, è diventato oggi uno degli interpreti più credibili della nuova ragione europea. Il Draghi del “whatever it takes” fu percepito da Berlino come un uomo necessario ma scomodo. Il Draghi del rapporto sulla competitività viene oggi percepito come un uomo scomodo ma necessario. La differenza è sottile, ma decisiva. Allora Draghi chiedeva alla Germania di fidarsi della Banca centrale europea per salvare l’euro. Oggi chiede alla Germania di fidarsi dell’Europa per salvare la propria potenza industriale.

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Il premio a Draghi, però, racconta una riconciliazione tra due Europe che per troppo tempo si sono guardate con diffidenza: l’Europa della stabilità e l’Europa della crescita, l’Europa delle regole e l’Europa degli investimenti, l’Europa del rigore e l’Europa della potenza. La novità è che oggi queste due Europe non sono più alternative. Sono obbligate a fondersi. La Germania, che ha costruito la sua forza sull’export, sull’industria, sull’energia a basso costo e sulla protezione americana, scopre che quel mondo non esiste più. L’Italia, che ha spesso usato l’Europa come alibi per non fare riforme, scopre che l’Europa non basta se non diventa anche una macchina capace di produrre decisioni. Draghi, a quanto pare, dirà proprio questo: l’Europa è stata costruita per impedire la concentrazione del potere, ma oggi rischia di non avere abbastanza potere per difendere ciò che ha costruito. Il punto non è abolire le regole. Il punto è smettere di usare le regole come una scusa per non scegliere. Il premio ad Aquisgrana non parla però solo di Draghi. Parla anche di Merz, parla della Germania, parla della Commissione, parla di Ursula von der Leyen. Da mesi il rapporto Draghi, nato come grande asset politico della Commissione, è diventato anche il metro con cui si misura l’inazione della Commissione. Più l’agenda Draghi resta sulla carta, più diventa evidente la distanza tra ciò che l’Europa dice di voler essere e ciò che l’Europa riesce davvero a fare. In questo senso l’asse Merz-Draghi, per quanto Merz sia un leader in Germania sempre più azzoppato, può diventare qualcosa di più di una suggestione: può diventare il modo con cui il cuore tedesco del Partito popolare europeo prova a dare qualche colpo, non necessariamente mortale ma certamente politico, alla gestione Ursula.
L’agenda per contare in Europa è tutta qui ed è quello che dirà oggi Draghi.
Primo: completare davvero il mercato unico, perché senza scala continentale le imprese europee resteranno troppo piccole per competere con Stati Uniti e Cina.
Secondo: costruire un mercato dei capitali capace di trattenere in Europa il risparmio europeo, invece di farlo finire dove il rischio è premiato meglio, cioè in America.
Terzo: integrare l’energia, moltiplicare interconnessioni, reti, accumuli, produzione pulita, perché senza energia abbondante e meno costosa non esiste industria europea.
Quarto: difesa comune, non come slogan da convegno ma come domanda aggregata, industria, ricerca, acquisti coordinati, capacità tecnologica.
Quinto: intelligenza artificiale, semiconduttori, data center, potenza di calcolo, perché la prossima produttività europea dipenderà dalla capacità di trasformare l’innovazione in infrastruttura.
Sesto: federalismo pragmatico, cioè la libertà per chi vuole andare avanti di andare avanti davvero, costruendo cooperazioni visibili, misurabili, controllabili dai cittadini.
Qui entra in gioco l’Italia. Giorgia Meloni ha spesso cercato in Europa una posizione di equilibrio tra istinto sovranista e necessità europeista. Ma il premio a Draghi indica una strada diversa, più ambiziosa e più utile: non chiedere meno Europa, ma chiedere un’Europa che funzioni. Ad Aquisgrana, dunque, non si premia soltanto Draghi. Si premia un’idea dell’Europa che può piacere anche a chi non ha mai amato l’europeismo retorico. E oggi quell’agenda ha un nome, una città, un premio e una direzione: Draghi, Aquisgrana, Karlspreis, potenza europea.