Politica
La laguna dei rancori •
Capovilla, Venezia e il lutto democratico solo quando vincono gli altri
L'attore de Le città di pianura annuncia di voler vendere casa dopo la vittoria di Venturini e dichiara “Venezia è morta”. Nel post se la prende con operai, persone comuni, tv, Spritz e B&B

Pierpaolo Capovilla (Ansa)
Pierpaolo Capovilla, musicista, attore, frontman de Le città di pianura, non l’ha presa bene. Dopo la vittoria di Venturini, ha annunciato che venderà il suo appartamento perché “Venezia è morta”. Un grande classico: dopo le politiche lasciano l’Italia, alle amministrative vendono casa – e qui almeno c’è qualcuno che monetizza, magari lo metterà su AirBnb, in incognito, chissà. Capovilla è figura di culto, molto legata a centri sociali, lirismo da falce e martello, eccetera. Dopo i David è diventato l’idolo delle folle progressiste: smoking, kefiah, faccia perplessa mentre parlava Giuli – ed è subito meme. Basta poco a certi pubblici. Non serve mica vedere il film, come nove volte su dieci capita coi David. Basta il gesto giusto al momento giusto e sei portato in trionfo: “allergico al sistema”, “uno contro”, “uno che legge Majakovskij”, con interviste che chiudevano su “ti abbraccio, ma di un abbraccio partigiano”. Alé. Ora quegli stessi giornali titolano “Capovilla: Venezia è morta” come fosse una denuncia coraggiosa, anziché lo sfogo di un uomo cui qualcuno che gli vuole bene dovrebbe suggerire di non scrivere su Facebook quando sei incazzato – insomma, la solita cosa di vietarlo ai sessantenni prima che ai tredicenni.
Di Capovilla non si può dire “boomer”, parola orrenda che non usiamo mai, perché è artista e antagonista, ma quello è. E dei più incalliti. Qualche assaggio dal post: “Vince il tumore, la metastasi della città”; “Venezia è assassinata dagli operai che votano i loro sfruttatori”; “l’ha votato la Città Metropolitana, non Venezia”, insomma tutta colpa di quei buzzurri di Marghera. E poi “l’hanno votato le persone comuni, quelli che guardano la tv”. Le persone comuni. La tv. Ancora. Come fossimo nel ’94. Anche nell’antagonismo, ogni tanto, servirebbe qualche corso di aggiornamento. Capovilla ha un bel faccione simpatico e gli si vuole bene lo stesso – una di quelle facce che raccontano storie, come una versione cupa e incazzata di una canzone di Max Pezzali, ma senza ritornello, lieto fine, senza la ragazza che arriva.
Ora verrà portato in trionfo per la casa di Venezia in vendita, grande esempio di coerenza morale, e per questa sequela di sdegni in cui incolpa lo Spritz, i B&B, le canne, “le chiacchiere da bar”, anche se più “chiacchiere da bar” di uno che se la prende con lo Spritz si fatica a immaginarle. Nel frattempo, qualcuno lo prenda da parte e gli dica che non saper accettare il verdetto delle elezioni quando vincono gli altri ti fa sembrare un bambino di otto anni che rovescia il tavolo del Risiko. Al contrario, abbiamo visto grande indignazione per il presidente del Consiglio che non ha resistito alla tentazione di lasciare un perfido “a posto” sotto la foto di Schlein che chiudeva la campagna di Martella con un celeberrimo “da qui mandiamo a casa Meloni”. Sì, lo so, non si fa. Ma di questi tempi, coi Capovilla che girano, pare quasi una lezione di stile.