Il campo largo è meno serenissimo

Le comunali valgono poco ma ci ricordano che il travolgente vento di sinistra se c’è ancora non si vede

26 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 11:10
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Elly Schlein con Andrea Martella, candidato sindaco per Venezia (foto Ansa)

Un conto è votare contro qualcosa, un conto è votare contro qualcuno. Il primo turno delle amministrative di ieri – si è votato in 18 comuni capoluogo e in 774 città, con circa 6 milioni di elettori coinvolti – ha offerto una boccata d’ossigeno al centrodestra, ha regalato qualche delusione al centrosinistra, ha galvanizzato un pezzo di centro e ha offerto al campo largo spunti utili per riflettere sul futuro: un conto è votare contro qualcosa, come è avvenuto al referendum, un altro è votare a favore di qualcosa, come capita alle elezioni politiche e come è capitato ieri alle amministrative. I fatti li conoscete. Le città più incerte di questo turno elettorale erano quattro: Venezia, Reggio Calabria, Pistoia, Arezzo. A Venezia, il centrosinistra avrebbe dovuto vincere agilmente, almeno così il centrosinistra sperava e pensava, in virtù non solo di una discontinuità naturale – il centrodestra governa qui da dieci anni – ma anche alla luce del caos creato dal centrodestra sulla Biennale e sulla Fenice, con la traumatica rimozione di Beatrice Venezi.
E invece, a sorpresa, vince il centrodestra, al primo turno, con un candidato giovane e moderato, Simone Venturini, 38 anni, in una città particolare, non solo per le baruffe che conosciamo ma anche perché appena due mesi fa, al referendum costituzionale, il No, in città, si affermò con il 55 per cento. A Reggio Calabria, il centrosinistra sperava di potersi confermare alla guida della città e il centrodestra invece ha sbancato. Ad Arezzo e Pistoia, il centrosinistra sperava di potersi riappropriare facilmente di due città conquistate dalla destra dieci anni fa, in una regione più rossa che non si può. Ci è riuscito in parte: a Pistoia il campo largo ha vinto al primo turno, ad Arezzo si va al ballottaggio. Nelle altre città più importanti in cui il campo largo si è affermato, Prato e Salerno, il centrosinistra ha vinto grazie a un candidato entrato più volte in conflitto con l’area Schlein – Biffoni doveva finire in giunta con Giani, in Toscana, da recordman di preferenze, ma il M5s ha fatto muro – e grazie a un candidato così inviso al Pd come Vincenzo De Luca, padre del responsabile del partito in Campania, Piero De Luca, che ha vinto nonostante l’ostilità del campo largo.
Le elezioni amministrative avranno un secondo tempo fra due settimane, con i ballottaggi, e trasformare un voto locale in un test nazionale è sempre un rischio. Ma, a questo giro, a voler trasformare il voto locale in un test nazionale era stato proprio il centrosinistra, che ovviamente in queste ore si sta affrettando a ricordare che il voto amministrativo resta un voto amministrativo senza alcun impatto nazionale (“da qui può arrivare un segnale forte fino a Roma”, disse Elly Schlein alla chiusura della campagna elettorale del candidato a Venezia, Andrea Martella). Il risultato, al di là delle strumentalizzazioni, è che se esiste un crollo del centrodestra a livello nazionale, di cui il voto al referendum doveva essere una spia, quel crollo al momento non si vede. E d’altra parte, se davvero esiste un nuovo vento nel paese in grado di far diventare oro tutto quello che tocca il campo largo, al momento non si avverte. Il centrosinistra doveva stravincere e non ha stravinto. Il centrodestra doveva straperdere e non l’ha fatto. Il centro, d’altro canto, doveva essere irrilevante e invece qualche risultato lo ha ottenuto. 
Azione si è presentata con il centrodestra a Reggio Calabria e ha preso parte al ribaltone in città, e a Venezia Michele Boldrin ha ottenuto con un partito centrista più del 3 per cento. Le praterie non ci sono, ma uno spiraglio di spazio in mezzo ai poli c’è. Da tutto questo si desume che la lista dei ministri che il centrosinistra stava preparando, immaginandosi già al governo, ha bisogno forse di qualche novità diversa dall’algebra, dall’aggiungere partiti all’interno dell’alleanza. E si desume anche che, per il centrodestra, la tentazione di trasformare la sconfitta al referendum in un’occasione autolesionista, in una sorta di spirale distruttiva di una maggioranza che si sente così tanto all’opposizione da mostrare poca voglia di ragionare come maggioranza, potrebbe essere sostituita da un sentimento diverso: rimboccarsi le maniche, dopo aver deciso di non votare, e provare a governare, risparmiandosi lo stillicidio quotidiano di scazzi, litigi, battibecchi e bastonate in mezzo alle gambe.