Politica
La transizione incompiuta •
Riformare la legge elettorale, il rovello della Seconda Repubblica
Nel libro di Peppino Calderisi si ricostruiscono successi e fallimenti del riformismo istituzionale italiano: comuni e regioni sono cambiati, il livello nazionale è rimasto bloccato tra proporzionale, maggioritario e occasioni perdute
29 MAG 26

Foto Ansa
Nonostante il titolo-choc – “Storia di una riforma mai nata. Quarant’anni di vanti tentativi per rinnovare le istituzioni” – il testo ampio e documentato di Peppino Calderisi edito da Rubbettino è in realtà un bilancio non tutto in negativo. Lo chiarisce già l’introduzione del presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera che colloca l’esigenza della riforma al momento in cui cade il Muro di Berlino nel 1989 e si intravvede l’inevitabile superamento del tradizionale sistema dei partiti. Esigenza che viene colta quasi solo dal trasversale movimento referendario che inizia la sua prima raccolta di firme nell’aprile 1990, che riesce ad avere un successo pieno nel cambiamento del 1993 del sistema elettorale e della forma di governo dei comuni, estesi poi alle regioni tra 1995 e 1999. Più resistente invece il livello nazionale, a partire dalle contraddizioni delle leggi Mattarella, cambiate in peggio dagli interventi successivi, e dall’incapacità di modificare la forma di governo e il bicameralismo paritario, anche per la sovrapposizione con la spinta giustizialista che danneggia le prospettive del cambiamento, a cominciare dalle difficoltà di formazione del governo Ciampi che ne riducono la durata e la forza. Esigenze di riforma che permangono e si sono anzi rafforzate di fronte ai profondi mutamenti geopolitici, economici ed tecnologici che stanno determinando una crisi strutturale delle democrazie e che secondo Barbera andranno rilanciate “con il realismo imposto dalle esperienze accumulate in questi decenni”.
Le difficoltà che coglie Calderisi nel passaggio tra primo e secondo sistema dei partiti è esattamente quella di una sostituzione della anomalia originaria (egemonia comunista sulla sinistra che si era trascinata in termini difensivi l’unità politica dei cattolici) con un’altra del tutto diversa, ma non meno rilevante, quella tra berlusconiani e antiberlusconiani. Gli effetti del clima giustizialista e della scomparsa delle componenti moderate dei partiti tradizionali che fu surrogata da Berlusconi e dal suo conflitto di interessi. Si creava così un clima che rendeva estremamente difficoltoso accedere a una legittimazione reciproca e, quindi, a intese durevoli. Non che non siano mancati i tentativi, a cominciare dalle varie Bicamerali e da altri tentativi di intesa, ultimo dei quali il cosiddetto Patto del Nazareno.
Il libro assume anche i contorni di un giallo con vari passaggi a sorpresa, ma che non conviene rivelare per non togliere piacere alla lettura se non con qualche battuta. Scoprirete così, ad esempio, tra le molte altre cose: che l’entità della quota proporzionale nelle leggi Mattarella era legata alla fecondità degli italiani all’inizio della Repubblica, dal 1948 al 1963; il ruolo di Martinazzoli nel favorire il referendum sui Comuni e l’elezione diretta dei sindaci; che senza la discesa in campo di Berlusconi la Lega allora secessionista avrebbe dominato elettoralmente il Nord, con rischi per la tenuta dell’unità nazionale; come la Presidenza della Repubblica, timorosa del conflitto di interessi di Berlusconi, favorì in modo decisivo la crisi del suo primo governo; che il leader di Forza Italia sbagliò però a non votare la fiducia a Dini favorendo così la durata di una maggioranza che lo vedeva fuori; che Finì sbagliò a sabotare il tentativo Maccanico che avrebbe potuto stabilizzare le istituzioni con una riforma condivisa, potendo far coincidere maggioranza per il governo e maggioranza per le riforme; il peso rilevante di una parte della magistratura nel far cadere la Bicamerale D’Alema; il testo Mattarella che traduceva in proposta di legge il patto della Bicamerale sulla legge elettorale con il premio di maggioranza, aprendo anche all’indicazione formale dei candidati Premier; la convinzione di Tremonti di subentrare a Berlusconi nel 2011; i timori nella classe dirigente per il ballottaggio nazionale previsto dall’Italicum sulla scia delle indicazioni della Commissione degli esperti del governo Letta, giacché incrociandosi con l’ascesa del M5s avrebbe potuto portare a un loro governo monocolore.
Importanti sono le riflessioni sui governi cosiddetti tecnici che sono sì riusciti a rimediare all’inconcludenza di quelli tradizionali ma che, a causa della loro natura tecnocratica, hanno finito per alimentare l’onda populista (M5s dopo il governo Monti) o hanno comunque favorito l’unico partito di opposizione, allora fortemente sovranista (Fdi dopo il governo Draghi); anche perché non hanno neanche loro lasciato un’eredità in materia di istituzioni, se si eccettua la riforma che ha introdotto il principio del pareggio di bilancio del governo Monti.
Molto utile anche la ricostruzione dell’approvazione del Rosatellum, che era pensato per costruire coalizioni giuridicamente deboli, qualificate solo per la presentazione di candidature comuni nei collegi uninominali, ma nessuna delle quali avrebbe vinto; coalizioni che, pertanto, sarebbero state facilmente scomponibili dopo il voto per formare una diversa coalizione di governo. Più esattamente si immaginava un governo di larghe intese con una maggioranza centrata su Pd e Forza Italia, esattamente come era accaduto con l’esecutivo di Enrico Letta nel 2013. “Non fu però oggetto di approfondita riflessione una questione fondamentale: il rischio che le forze antisistema, nel loro complesso, avrebbero potuto conquistare la maggioranza assoluta dei seggi e rendere pertanto impossibile” lo scenario immaginato. Unica voce che colse il rischio e che prefigurò il futuro accordo M5s-Lega fu allora quella di Gianni Letta.
Nonostante tutti i fallimenti, in particolare delle occasioni più favorevoli in cui la maggioranza per le riforme sarebbe stata sovrapposta a quella di governo (tentativo Maccanico) o lo fu effettivamente ma per poco (inizio del governo Letta), rileva in conclusione Calderisi, la politica, non più i governi tecnici, formula ormai usurata, è chiamata fare i conti col mancato completamento della transizione sul piano nazionale. Sul breve, specie dopo l’ultimo fallimento del referendum costituzionale, domina un rassegnato conservatorismo. Riforme a maggioranza (almeno quella costituzionali) sono impraticabili e resiste la logica della delegittimazione reciproca che impedisce riforme condivise. Anche quando una condivisione sembra esserci di fatto, come sull’impianto della riforma elettorale, essa viene solennemente negata. Eppure questa resta l’unica strada ragionevole per valorizzare davvero, attraverso gli opportuni aggiornamenti, la Costituzione, che è un bene comune da non schiacciare su logiche di parte, come ammonisce anche il recente libro sulla Carta scritto da Antonio Polito che appare perfettamente complementare a questo.

