Lo scacco di Giorgetti. La Lega preoccupata per Bpm: “Rischia di finire a Unicredit”. Giavazzi: “Chigi stia fuori dal risiko”

Doveva nascere il terzo polo bancario e sta per nascere il secondo, grazie all’Opa di Intesa-Unipol e Bper su Mps (con il sorriso di Meloni). L'economista Giavazzi al Foglio: "L'importante è che Palazzo Chigi e il Mef stiano fuori da questa partita. Solo la Consob, se lo ritenesse necessario, può intervenire"

9 GIU 26
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Avevamo un terzo polo, una banca, forse. La vera Opa è su Giorgetti. Non ha vinto, non ha perso, ha pareggiato, come al solito, ma ora la sua Lega, quel che resta, teme: “Volete vedere che Bpm finirà nelle mani di Unicredit, di Orcel?”. Doveva nascere il terzo polo bancario e sta per nascere il secondo, grazie all’Opa di Intesa-Unipol e Bper su Mps (con il sorriso di Meloni), dovevano aggregarsi Bpm e Mps e sta per finire con il rientro in gioco di Caltagirone. La sola cosa certa: il più grande risiko bancario della storia d’Italia viene gestito senza l’arbitro, la presidenza della Consob. Dice Giavazzi al Foglio: “Una sola richiesta: Mef e Palazzo Chigi stiano fuori da questa partita sia direttamente, ma anche indirettamente. Fuori”.
Giavazzi, l’amico geniale di Draghi, l’economista, il consigliere, spiega al Foglio che “è presto per parlare, fare analisi sul risiko, ma si può fare una richiesta. L’importante è che Mef e Palazzo Chigi stiano fuori da questa partita, direttamente, ma anche indirettamente, anche se qualche azionista delle varie banche coinvolte, dovesse sentirsi ferito e chiedesse aiuto al governo. Se qualcuno può intervenire, se lo ritenesse necessario, è solo la Consob”. La cosa più facile da scrivere è che Giorgetti abbia perso e che il suo sogno di avere un terzo polo bancario, intorno a Mps e Bpm, sfuma, ma è davvero una sconfitta avere una banca come Intesa, un ad come Carlo Messina, che lancia un’Opa su Mps e che fa volare il mercato? Messina ha un rapporto speciale con Meloni e FdI definisce l’operazione di Intesa come “strepitosa”, di “sistema”. Questo è Marco Osnato, presidente della commissione Finanze, di FdI: “Non interveniamo su un’operazione di mercato, e ovviamente ci sono delle regole a cui tutti devono sottostare. Per FdI l’interesse è rafforzare il sistema bancario italiano, aprirlo ulteriormente aumentando opportunità. L’obiettivo è tutelare il risparmio nazionale e rivolgersi alla nostra economia reale. Chi fa questo, farà il bene dell’Italia”. L’unica cosa sensata pronunciata da Vannacci, uno che Lilli Gruber (con la sua intervista di domani su La7, finirà per lanciare come ministro delle colonie) è che il mondo è al contrario. Il nuovo testo sui capitali di Meloni che, si temeva, dovesse condizionare il mercato, ha finito per paradosso, per reazione, per rivitalizzarlo, mentre una banca che era letteralmente finita come Mps oggi è protagonista.
L’altro è Giorgetti. Prima, è stato accusato, a Milano, di difendere la romanità, e dopo, con il ribaltone di Mps (dove è ritornato l’ad Lovaglio) di lavorare per riportare il nord al centro. In una nota, il Mef ha recitato il salmo che “prendiamo atto”, perché le iniziative su Mps “di cui il Mef è stato informato, riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare”. A Giuseppe Colombo di Repubblica, Giorgetti ha dichiarato, uscendo dal seminario della Ragioneria di stato, che nel mercato vince chi “paga di più”. Dentro diceva, ragionando sulle grandi cose, che “bisogna sempre guardare oltre all’orizzonte immediato”. All’orizzonte cosa c’è? Pensano al governo che la mossa di Intesa “è solo l’inizio” e che c’è da attendere cosa farà Orcel, il Willy Wonka della finanza, l’imprevedibile: c’è da aspettare cosa farà Unicredit (è uscito Ferdinando Giugliano che in Unicredit coordinava le attività e strategie di advocacy e public affairs). E’ uno scenario, ma uno scenario condiviso da esponenti di governo: “Messina e Orcel sigleranno una pace e Bpm può andare a Unicredit”. C’è una battuta maligna che gira fra ministri, finanzieri e che racconta questi mesi di sottosopra bancario: “Meloni ha sottovalutato i fondi e Giorgetti sopravvalutato le parrocchie”. Lovaglio è tornato alla guida di Mps, anche grazie ai fondi (Blackrock ha avuto un ruolo, Bpm e Delfin di più) e Giorgetti non si è mai spaventato dei francesi di Crédit Agricole, primi azionisti di Bpm. Qual è l’orizzonte di Lovaglio e di Giuseppe Castagna, gli ad di Mps e Bpm? Messina di Lovaglio dice: “Ha realizzato il suo lavoro, ma non può essere considerato il futuro” e Cimbri, ad di Unipol, parla già da grande capitano coraggioso: “Non giochiamo per fare spettacolo ma per vincere, penso che anche Intesa voglia vincere”. E’ in un’altra frase di Cimbri che c’è però la chiave. Prima della proposta di Intesa, e parliamo di poche ore, è arrivata la proposta di aggregazione di Bpm e Mps e Cimbri la definisce come “tentativi di un innamorato disperato che secondo me hanno poche possibilità di successo”. Se Salvini si limita sul risiko con il suo, “non c’è una posizione né del partito né del governo” è perché ha la Lega e Zaia a cui pensare. La verità è che fra i leghisti si ragiona, anche a sproposito, “che sono tornati i comunisti di ‘abbiamo un banca’”. Lo spavento è che l’altra, Bpm, una banca vicina alle istanze del territorio, del nord, vicina a un sentire, prenda un’altra traiettoria. Forse c’è un disegno che vede solo Giorgetti o, forse, a volte il destino, e il mercato prende, semplicemente, altre traiettorie. Sono quelle che piacevano al fisico Richard Feynman e alla Ragioniera di Stato, il cigno di stato, Daria Perrotta, nient’altro che “deviazioni perfettamente ragionevoli alle vie battute”.