Zanda: "Il Campo largo non può vincere. La legge elettorale? Bisogna dialogare"

"Capisco l'addio di Picierno, anche se ha sbagliato. Il Pd è un partito in cui il dialogo è difficile". Parla l'ex tesoriere dem  

9 GIU 26
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“Il paradosso è che se il Campo largo non è pronto a vincere, il centrodestra è pronto a perdere”. A dirlo al Foglio è Luigi Zanda. L’ex tesoriere dem, tra i fondatori del Partito democratico, che, interrogato su legge elettorale e diaspora dem, mette in luce alcune incongruenze. “Io le dico, in premessa, che quando sono in ballo modifiche della Costituzione o del sistema elettorale, l’opposizione farebbe sempre bene sedersi al tavolo”. Inoltriamo il suggerimento a chi declina l’invito. “Bisognerebbe sempre sedersi, ripeto, perché si tratta di norme su cui si fonda la convivenza…”.
Ma? (Presentiamo un “ma”). “Ma il problema, in effetti, si pone nel merito. Perché nei sistemi coalizionali, e cioè non bipartitici, il premio di governabilità inquina il risultato elettorale”. La legge è dunque sbagliata? “Penso sia sbagliata, sì. E poiché in Italia non c’è il vincolo di mandato, il rischio sarebbe di assegnare il premio a chi, dopo averlo preso, potrebbe abbandonare la coalizione”. La sua parte politica, nel solco del referendum, agita ancora la Carta. La legge rasenta l’incostituzionalità? “Francamente, c’è un altro altro aspetto che mi pare più serio”. Quale? “La legge elettorale dev’essere onesta. Il che vuol dire non avere in sé lo scopo di far vincere il governo. Quando il governo la cambia, sperando di vincere le elezioni, viola uno dei principi supremi della democrazia: la sacralità del voto. E tuttavia non considero Meloni così ingenua da non mettere in conto il rischio. A maggior ragione visti i precedenti di Berlusconi e Renzi. Puniti per questo dagli elettori”.
Va bene la legge attuale? “Il Mattarellum era una buona legge. Da allora, il sistema è stato cambiato, ogni volta, per favorire il governo di turno. Ciò detto, io penso che dovremmo cercare di imitare il sistema elettorale tedesco: proporzionale puro, sbarramento al 5 per cento, parlamentari che vengono scelti attraverso collegi uninominali”. E le preferenze che tanto voleva Meloni e poco piacciono a Lega e Forza Italia? “Io preferisco i collegi uninominali perché le preferenze fanno aumentare il costo delle elezioni. E possono far scaturire, così, malcostume e corruzione”. Lei diceva che il Campo largo non è pronto a vincere ma la destra è pronta a perdere. Immaginiamo valga a dispetto di qualsiasi ritocco elettorale. E’ così? “Penso che Schlein e Conte potrebbero trovarsi a governare non per merito della loro politica, ma perché Meloni, Salvini, Tajani e adesso anche Vannacci fanno di tutto per fallire. Il governo Meloni ha dimostrato stabilità, certo, ma il centrodestra, oggi, teme le elezioni perché sa di non aver sciolto alcuno dei nodi che impediscono all’Italia di crescere. Meloni, che tanto ha puntato sulla politica estera, sa di pagare la sua oscillazione perpetua fra Trump e l’Unione europea”.
E dall’altra parte? “Mancanza di programma e assenza di leadership sono collegati”. E la diaspora dem? “Ho simpatia e comprensione per Pina Picierno. Capisco i tanti anni di lotta politica in minoranza. Peraltro in un partito dove il confronto è difficile, dove ci si sente isolati. In queste condizioni il rischio di logoramento è molto alto”. Ha sbagliato Picierno a lasciare il partito? “Pur comprendendola, credo avrebbe fatto meglio a restare. Ha sbagliato come Rutelli, Calenda, Renzi prima di lei. Se fossero oggi nel Pd, l’Italia avrebbe un centrosinistra forte”. I nuovi partiti, o piattaforme come la neonata Spazio pubblico, sono velleitari? “Penso abbia ragione Giorgio Tonini. A chi se n’è andato è mancata la pazienza. I cicli politici sono positivi o negativi: bisogna costruire nuovi modi nuovi per superarli”. Elly Schlein è il Kali Yuga del Pd. Ma passerà la nottata? “Sì. Oggi c’è molta attenzione al cartello elettorale e poca al pensiero politico. Ma è un discorso ampio. Sia la sinistra sia la destra hanno avuto cicli positivi, per esempio con Aldo Moro e Margaret Thatcher, quando hanno saputo elaborare un pensiero politico alto. D’altra parte, tornando alla legge elettorale, la stabilità è data dalla qualità del sistema politico non dai meccanismi istituzionali”.