Mulè vuole l’Ecce Homo a Palermo, e fa bene. Ma il melonismo culturale ha altre idee

Secondo il vicepresidente della Camera, la piccola tavola di Antonello da Messina deve stare in Sicilia. Però la declinazione territoriale dei nostri governi in ambito culturale prevede la ferrea e rigorosa valorizzazione delle “aree interne” e relativi presìdi culturali

20 GIU 26
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Foto Ansa

C’è sovranismo e sovranismo. E c’è anche insularismo e insularismo, secondo il celebre Atlante delle isole (politiche) remote. Bene fa dunque Giorgio Mulè, siciliano, a lanciare oggi, dal taccuino fogliante di Carmelo Caruso, un’Opa, o giù di lì, sulla futura collocazione dell’Ecce Homo di Antonello da Messina, la piccola tavola del genio del Rinascimento (sul retro c’è un San Gerolamo penitente) che lo stato attraverso il Mic ha acquistato (14,9 milioni di dollari) e poco dopo ha deciso di destinare in via permanente al Museo Nazionale d’Abruzzo, il MuNDA. Eh no, dice Mulè, perché mai in Abruzzo? La new entry nella ristretta cerchia dei dipinti di Antonello ha da stare nel luogo più prestigioso per lui e per la Sicilia, Palazzo Abatellis a Palermo, in buona compagnia della sublime Annunziata (e delle altre tre tavole dei Dottori della Chiesa, ma quelle non le considera mai nessuno).
Si potrebbe obiettare che le opere del misterioso terziario francescano messinese sono sparse in tutta l’isola, un’altra Annunciazione è a Ortigia, il celebre Ignoto che sorride a Cefalù, e solo due nella natia Messina. Molte di più sono quelle sparpagliate in Italia. Epperò, perché proprio al MuNDA dell’Aquila? Omnia munda mundis, Mulè è deputato forzista e vicepresidente della Camera, insomma un asset importante del centrodestra di governo e sa benissimo perché l’Ecce Homo finirà sull’Appennino. Anche se sul dettaglio ha ragione. Perché destinare un’opera costata un mezzo patrimonio a un museo di quelli non proprio travolti dall’overtourism, e nemmeno dal turismo (il MuNDA fa 60 mila visitatori all’anno) è una domanda legittima. Anche se bisogna dire che Palazzo Abatellis ne fa pochi di più. Il tema è insomma di prestigio politico e insulare, per Mulè. Solo che vista dalla parte del Collegio Romano la faccenda è un’altra, e nemmeno di numeri ma di scelte politiche e strategiche del governo che rendono perfettamente coerente, anche se filologicamente un tantino stravagante, la scelta dell’Aquila: la motivazione ufficiale è che il capoluogo abruzzese è Capitale italiana della Cultura 2026; ma la destinazione permanente è altra vicenda.
E dunque, la declinazione territoriale dei nostri governi (anche quelli precedenti, Franceschini docet) in ambito culturale prevede la ferrea e rigorosa valorizzazione delle “aree interne” e relativi presìdi culturali. Il governo Meloni ha aumentato la coloritura nazional-sovranista, ma il percorso c’era già. A partire dall’Accordo di Partenariato 2014-2020 (governo Renzi) con l’Ue che riguarda anche i fondi di coesione territoriale, in linea con la Strategia nazionale per le aree interne (Letta) in cui ampio spazio è dato alla valorizzazione del patrimonio culturale. Che fa sempre rima con turismo culturale, sacro totem indicato come uno dei modi per combattere lo spopolamento e contribuire allo sviluppo delle aree interne. Il Piano Olivetti sulla Cultura varato da Alessandro Giuli assieme al decreto Cultura punta molto proprio sulle zone del paese da rilanciare, e con il progetto “Grandi musei del sud” ha destinato 50 milioni in fondi straordinari a molti poli museali del Centro e del Mezzogiorno. Insomma c’è una logica, di cui sarebbe anche interessante misurare l’efficacia nel tempo (ad esempio il MuMe di Messina attira 150 mila visitatori l’anno, perché non valorizzarlo ulteriormente col celebre concittadino?). Ma una logica c’è, e l’Ignoto che tanto affascinava Vincenzo Consolo continuerà a sorridere da Cefalù. Misteriosamente a Giuli, o a Mulè.