Schlein e Conte, tra camicie pezzate e sole rovente, lanciano l’allarme democratico

A Roma, sotto quaranta gradi, Pd, M5s, costituzionalisti e giacche di lino lanciano l’allarme sulla legge elettorale. Fuori l’ambulanza aspetta, dentro si invoca la Costituzione

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Elly Schlein e Giuseppe Conte durante l'incontro "Mille voci per un voto uguale. Legge elettorale: torniamo alla Costituzione" al Teatro De' Servi (foto Ansa)

Nel giorno dell’allarme caldo, ecco l’allarme democratico. Le tre del pomeriggio a Roma. Quaranta gradi all’ombra. Un cartello arroventa l’atmosfera: “Legge elettorale, torniamo alla Costituzione”. Due paramedici, appoggiati allo sportello dell’ambulanza ferma su via del Tritone, osservano il gruppetto di persone avviarsi verso il teatro de’ Servi e ben comprendono il momento: “Dice che ce sta l’allarme democratico”. E l’altro, asciugandosi il collo con un fazzoletto: “Frecate!”. C’è tutta la sinistra. Elly Schlein si vede arrivare da lontano, a piedi, la giacca già sul braccio. Giuseppe Conte invece scende da un’auto all’angolo, una traversa più indietro. Lei arriva con la camicetta celeste sbottonata, il sole in pieno sul viso che le diventa di terracotta, le guance, la fronte. Cosa non si fa per la democrazia. Lui scende dall’auto e cammina solo per pochi passi all’ombra, è vestito di tutto punto, profuma al limone. Strategie differenti. Dice Conte, lui che nel 2019 firmò un patto strategico con la Cina: “C’è una tendenza verso sistemi autocratici nel mondo, e questo governo cerca di inserirsi nel filone”.
Dice invece Schlein, che sale sul palco da sola senza Conte: “Il nostro programma comune con l’M5s è la Costituzione”. La sala del teatro de’ Servi è piccola, duecentocinquanta posti. Ma quasi piena. Ci sono i giornalisti Massimo Giannini, Serena Bortone, Marianna Aprile, Beppe Giulietti. C’è l’ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo, c’è anche Monica Guerritore che dalla platea osserva come “la strategia della destra al potere consiste nell’arrivo dell’uomo o della donna sola al comando”. Si dovrebbe parlare di legge elettorale, ma l’argomento giustamente si estende. Una ex giornalista del Tg1, Tiziana Ferrario, dice che “da cittadina sono preoccupata”, mentre Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai, spiega che “ci stanno guardando anche Sigfrido Ranucci, Tomaso Montanari, Gustavo Zagrebelsky, Corrado Augias e Gad Lerner. Sarebbero voluti venire”. Forse, saggiamente, sono rimasti a casa ascoltando i consigli della Protezione civile. Il pubblico li saluta a fatica, in effigie, mentre la temperatura comincia ad aumentare pericolosamente anche in sala. Angelo Bonelli si sventola con dei fogli che forse sono emendamenti alla riforma elettorale (“emendamenti di fuoco”, metafora perfetta), Nicola Fratoianni è in giacca nera e dice “fingiamo che faccia freddo”.
Seduto in terza fila c’è Nico Stumpo, poco più indietro Gianni Cuperlo, che la giornata l’ha aperta insieme a Zaccaria. Ecco anche l’onorevole Arturo Scotto, Marina Sereni, l’ex sindaco di Bologna Virginio Merola, la senatrice Beatrice Lorenzin, e dietro di loro una marea di professori e costituzionalisti, riconoscibili dalle giacche di lino. I parlamentari del Pd entrano, salutano, si siedono, ma dopo dieci minuti circa se ne vanno boccheggiando come Mauro Berruto. E’ peggio l’allarme caldo o l’allarme democratico? “Le due cose si tengono”, dice Walter Verini. Che è un riformista, quindi sornione. Le parole, in sala, arrivano come grandine, il che non è male, perché ogni intervento sembra dover superare il precedente di qualche grado. “Minaccia alla Costituzione” apre la serie. Una frase composta, tutto sommato. Quasi temperata. Poi arriva “deriva autoritaria”. E ancora: “Stato d’emergenza democratica”. Quando ormai sembra che non si possa salire oltre, arriva, secca, anche “siamo al ratto della democrazia”. Sul piccolo palco, intanto, le bottigliette d’acqua si svuotano un po’ più in fretta a ogni intervento, lasciano cerchi di condensa che si sovrappongono l’uno sull’altro, mentre il caldo e le parole crescono insieme, alla stessa velocità. Fuori, l’ambulanza non si è mossa. Nemmeno il sole a picco. Il paramedico col fazzoletto se l’è rimesso in tasca, e ora guarda l’orologio. “S’è fatta ’na certa”.