Le dimissioni, in politica, hanno una loro cinetica precisa: cadono sempre nel momento in cui rendono di più e costano meno. Ieri pomeriggio
l’on. Barbara Floridia del M5s ha consegnato le sue dimissioni da presidente della Vigilanza Rai, insieme a quelle di tutti i consiglieri di opposizione, annunciandole su Facebook con la solennità di un lutto: la scelta, ha scritto, è stata “sofferta ma necessaria e inevitabile” per via dello stallo che da due anni impedisce i lavori della commissione. Poche ore dopo, come in un minuetto già coreografato, si sono dimessi anche i membri di maggioranza, con una nota che accusa la sinistra. A questo punto la sinistra, vistasi superata nel passo – chi si dimette di più? – ha tentato l’ultima mossa: spingere alle dimissioni pure Roberto Natale e Alessandro Di Majo, i suoi due consiglieri d’amministrazione (che però non hanno alcuna intenzione di lasciare) e ottenere dall’Usigrai, il sindacato della lottizzazione, una forma di protesta dei giornalisti. È una piece teatrale su una scena già vuota. E’ da due anni che la Vigilanza non si riunisce, ma loro si dimettono solo adesso che la legislatura è agli sgoccioli. Inizia così la campagna elettorale.
Barbara Floridia, con gli altri commissari di Vigilanza, si dimette da presidente dell’organo di garanzia della Rai e lo fa con la parola “sofferta”. Un termine che arriva con due anni di ritardo sull’orologio e con un tempismo perfetto su quello del calendario elettorale. Si sono infatti dimessi tutti ieri perché oggi si presentano i palinsesti Rai e dunque l’occasione di polemica era perfetta; si sono dimessi tutti ieri perché la riforma proposta dal governo determinerà comunque un cambio della governance, e dunque c’era anche poco da perdere; si sono dimessi tutti ieri perché, infine, la legislatura sta finendo e questa vicenda della Rai torna utile ad alimentare una delle campagne elettorali che si annuncia tra le più stupide mai viste negli ultimi anni.
C’è infatti un calendario, in questa vicenda, che vale più di qualsiasi comunicato. Ed è estremamente rivelatore. Nel gennaio scorso il presidente della Repubblica aveva usato la parola “inaccettabile” per descrivere una Commissione di Vigilanza incapace di funzionare: dopo le parole di Sergio Mattarella nessuno si era dimesso. Eppure la sinistra avrebbe potuto. Nelle
settimane in cui Roberto Giachetti faceva lo sciopero della fame contro l’immobilismo delle istituzioni di garanzia, nessuno si era dimesso. Eppure anche in quel caso Barbara Floridia avrebbe potuto sfoderare le sue “sofferte” dimissioni. E invece niente.
Nei due anni in cui la Commissione non si riuniva, la presidente Floridia ha trovato il tempo – cosa peraltro lecita per chi non ha sedute a cui presiedere e in pratica non ha niente da fare – di scrivere un libro. Ma non il tempo di dimettersi allora, quando la battaglia avrebbe forse potuto ottenere qualcosa di più della sola propaganda. E invece niente. Poi, ieri, in un solo pomeriggio, a un anno dalle elezioni, e a pochi mesi da una annunciata riforma della Rai, si sono dimessi tutti: alla vigilia dei palinsesti e nel giorno in cui la Rai (bavaglio!) taglia quattro puntate di “Report” a Sigfrido Ranucci. Tutto perfetto per i post su Instagram. Dunque prima si sono dimessi i sedici parlamentari di opposizione dopo un consulto tra leader di sinistra, sindacati Rai di sinistra e un direttore di giornale di sinistra. E poche ore dopo hanno mollato anche i parlamentari di centrodestra, che si sono dimessi per non lasciare la scena teatrale alla sola opposizione. Ma non finisce qua. Si trascinerà, prevedibilmente, per un altro anno, questa soap opera che si chiama Rai – un’azienda della quale, va detto con la crudeltà necessaria, non importa niente a nessuno se non come pretesto propagandistico e come carcassa da spolpare per bande contrapposte nelle segreterie di partito, nei sindacati dell’occupazione politica e tra i direttori interessati a comandare nei telegiornali lottizzati. E la soap avrà pure il suo prossimo episodio istituzionale. Tra qualche giorno arriveranno i “moniti” di Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa ai gruppi parlamentari perché indichino in fretta i nuovi componenti; la sinistra, che nel frattempo i nomi non li farà – coerente fino in fondo con la strategia dello stallo che ha appena giurato di voler seppellire – lascerà che siano i presidenti delle Camere a procedere direttamente alle nomine, come da regolamento in caso di inerzia dei gruppi. E allora fioriranno, puntuali come sempre, i retroscena sui nomi del prossimo presidente della Rai. E su quello, non meno ambito, del prossimo presidente della Vigilanza. L’eterno ritorno dell’uguale sulle spoglie della tv di stato.