Lo sciame centrista è ondivago e litigioso ma resta una speranza

Il sogno dei liberali di avere un unico grande centro che sfidi i populismi di destra e sinistra forse non si realizzerà nemmeno alle prossime elezioni. In attesa di un Vannacci di centro, qualche scenario per far entrare lo sciame nel maggior numero possibile di alveari

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Ultimo aggiornamento: 08:10
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I liberali, con molte b, che osservano con distacco e con sufficienza il trambusto della politica italiana hanno da sempre un sogno nel cassetto che ancora una volta non si realizzerà alle prossime elezioni: avere un unico grande centro in grado di rappresentare tutti coloro che non si riconoscono nelle posizioni del centrodestra e in quelle del centrosinistra. I liberali, con molte b, che osservano il trambusto della politica italiana, e tra questi ci siamo anche noi naturalmente, si augurano sempre che le molte anime centriste che si agitano da una parte e dall’altra degli schieramenti possano trovare una qualche ragione per mettersi insieme, per sfidare i populismi di destra e di sinistra. Ma dato che lo scenario non si realizzerà e dato che le famose praterie al centro non è detto che siano così sguarnite, così scorrevoli e così poco trafficate, vale la pena concentrarsi su quel che si ha e ragionare sull’efficacia che può avere nel sistema politico italiano la presenza di un’invasione di ultracorpi centristi, meravigliosamente ribattezzata dal nostro Guido Vitiello “lo sciame centrista”, che prima ancora di essere giudicata deve essere compresa e studiata.
Non esiste, come visibilità, come forza, come capacità di fare notizia, un Roberto Vannacci centrista, o almeno non ancora, ma esistono degli anti estremisti di destra, di centro e di sinistra che con varie sfumature si stanno diffondendo come delle api negli alveari delle coalizioni.
A destra, lo sciame centrista ha tre gambe, tutte interessanti e tutte diversamente fragili. La gamba più importante è quella di Forza Italia, la gamba più inaspettata potrebbe essere quella di Fratelli d’Italia, la gamba più frustrata è quella leghista. Il centrismo di Forza Italia è stato riequilibrato, in senso nordista, dalla famiglia Berlusconi, ma il centrismo di Forza Italia rischia di andare incontro a un’avventura pericolosa: professare fede di anti estremismo in una coalizione che potrebbe arrivare fino all’estremismo di Roberto Vannacci. Il centrismo anti estremista di Forza Italia, per chi se lo chiedesse, non è fatto per rompere l’unità del centrodestra prima delle elezioni, gli elettori non capirebbero, ma è settato per valutare, dopo le elezioni, ogni opzione possibile per evitare lo scenario meno desiderato: andare all’opposizione. Il centrismo di Meloni rappresenta, più che un desiderio della leader, un risultato inevitabile di un’inerzia politica che ha proiettato Fratelli d’Italia in un contesto all’interno del quale l’europeismo forzato di Meloni ha spinto il suo partito in una traiettoria ormai non più distinguibile da quella del Ppe. Non ci sarà nessuna svolta formale prima delle elezioni, nessuna adesione ai Popolari europei, ma in caso di vittoria, tra un anno, lo spostamento ancora più al centro per il partito di Meloni non sarà una scelta evitabile: sarà una necessità dettata dal desiderio di contare di più, magari anche per ambire a incarichi europei di primissimo piano. Nella Lega, lo sciame centrista è quello che tenta da tempo di riequilibrare il salvinismo della Lega, ma in assenza di un Vannacci moderato in grado di spostare verso il nord produttivo l’architrave del leghismo il fronte centrista dei governatori leghisti resterà sempre al livello wannabe.
A sinistra, se possibile, il disordine per così dire creativo è ancora più interessante e i mille rivoli del centrismo sono il riflesso di storie politiche tutte da raccontare. Schlein e Meloni sanno che senza un pezzo di centro le elezioni non si possono vincere, e chissà se basterà un pezzo di centro per vincerle, ma sanno anche che, per come sono fatte le rispettive basi elettorali, far accettare ai propri elettori la presenza di un centro non è semplice. E questo è dunque quello che sta accadendo. Matteo Renzi, con Italia viva, sogna di radunare, sotto la sigla Casa riformista, un centrismo pragmatico, con il quale misurarsi alle prossime primarie. Il sogno proibito, per l’appuntamento dei gazebo, è Silvia Salis, che non ha però alcuna intenzione al momento, ripetiamo al momento, di farsi arruolare come candidata renziana. Il sogno meno proibito e più realizzabile è quello, per Italia viva, di avere Giuseppe Sala, sindaco di Milano, come proprio candidato premier. Al fronte del civismo riformista modello Renzi, fronte che Elly Schlein coccola e incoraggia anche se non arriva al punto di inserire il centrino nelle foto di famiglia del campo largo, se ne aggiunge un altro più misterioso ma non meno interessante che è quello guidato da un assessore romano, Alessandro Onorato, che si è messo alla guida di un movimento dei civici.
Le operazioni centriste che nascono a Roma da tempi immemorabili hanno caratteristiche comuni e sempre standardizzate: il guru politico di turno, il cui nome di solito inizia per Gof e il cui cognome di solito finisce per ettini, capisce che la sinistra da sola non ce la fa, capisce che per avere una stampella centrista occorre uno sforzo di creatività e di solito la creatività sfocia nella ricerca di un romano belloccio con talento e buona parlantina (Rutelli ieri, Onorato oggi) con cui provare ad arrivare laddove il movimentismo di sinistra non riesce ad arrivare. Il progetto di Onorato convince anche Più Europa e il Psi, ma non convince l’attuale segretario di Più Europa, Riccardo Magi, che guarda con più interesse a Matteo Renzi ma che alla fine potrebbe essere candidato dal Pd. E’ un progetto che piace da impazzire, oltre che a Roberto Gualtieri, uno dei federatori in pectore del futuro centrosinistra in caso di pareggione, anche a Giuseppe Conte, che farebbe carte false per avere un centro diverso da quello di Renzi. Renzi e Onorato – quest’ultimo intenzionato a partecipare alle primarie di coalizione, cosa che vuole fare anche Ernesto Maria Ruffini, altro centrista ambizioso e di talento alla ricerca di un ruolo e di un posizionamento – non hanno alcuna intenzione di mettersi insieme, di creare un’unica lista, e questo potrebbe essere un problema più per loro che per Schlein e Conte. Il diavolo, come si sa, è nei dettagli. Il testo della riforma elettorale in discussione prevede una soglia del tre per cento per l’ingresso delle liste in Parlamento, con una novità non secondaria: il ripescaggio della migliore lista coalizzata rimasta sotto soglia. Senza una lista unica, Renzi e Onorato non è detto che riescano entrambi a superare il tre per cento. E se uno dei due restasse sotto, potrebbe sperare nel ripescaggio solo nel caso in cui fosse il migliore dei coalizzati sotto soglia. Il paradosso è evidente: il centrosinistra potrebbe vincere anche grazie ai voti raccolti dai centristi, ma ritrovarsi poi con una rappresentanza centrista molto più debole di quanto quei voti avrebbero lasciato immaginare.
Al centro, tra i poli, invece, il balletto è diverso, ma non meno appassionante. Carlo Calenda, leader di Azione, è il centrista più lanciato e più riconoscibile. A destra c’è chi lo vorrebbe per bilanciare la coalizione (Marina Berlusconi), ma Calenda non ci vuole sentire e al massimo potrebbe valutare una candidatura a sindaco di Roma se le elezioni politiche dovessero essere prima della tornata delle comunali (cosa che potrebbe accadere se le politiche saranno a ottobre). Luigi Marattin, con il suo ambizioso partito liberaldemocratico, aveva creato un rapporto con Calenda. Poi, come già capitato nel passato ad altri centristi che hanno provato ad allearsi con Calenda, le cose non sono andate bene. Ora, in seguito all’uscita dal Pd di Pina Picierno, promotrice di un movimento che si chiama Spazio pubblico e che ha raccolto discrete adesioni nel mondo della società civile, tra cui quella di Roberto Burioni, le strade dei tre centristi, Calenda-Marattin-Picierno, si sono incrociate e il progetto di una lista unica di centro, seppur orfana di molti centristi, non è sicuro che possa avere la forza per spiccare il volo ma è sicuro che potrebbe diventare una delle novità politiche dei prossimi mesi, se avrà la forza di provare a dettare l’agenda con un decimo dell’efficacia, un decimo della capacità comunicativa della Vannacci & Associati. A spingere in questa direzione non c’è solo la riforma elettorale, con il premio previsto per la lista o la coalizione che arrivi prima in entrambi i rami del Parlamento e superi il 42 per cento, ma anche una norma più piccola e molto concreta, approvata in commissione Affari costituzionali alla Camera: l’esenzione dalla raccolta firme per i partiti che abbiano avuto un gruppo parlamentare autonomo in almeno una delle due Camere entro il 31 dicembre 2025. Azione rientra in questa casistica, grazie al suo gruppo alla Camera. Il Partito liberaldemocratico di Luigi Marattin no. Tradotto: per Marattin, e per chiunque voglia correre senza un simbolo già esentato, la lista unica con Calenda non sarebbe solo una scelta politica, ma anche una scorciatoia organizzativa.
Lo sciame centrista esiste, è diffuso, ha qualche probabilità di contaminare i poli, dentro i partiti nel centrodestra, fuori dai grandi partiti nel centrosinistra, considerando la scarsa propensione della minoranza riformista del Pd a trovare chiavi per riequilibrare la deriva a sinistra di Schlein & Co. Lo sciame centrista potrebbe trovare nuove ragioni di vita qualora la sindaca di Genova, Silvia Salis, dovesse essere convinta da un pezzo del Pd, vedi Dario Franceschini, a scendere in campo per evitare di non avere alternative a Conte e Schlein alle primarie, ma finché non ci saranno primarie convocate non sarà possibile capire, anche nel mondo centrista, se dietro l’attendismo c’è qualcosa di più, oppure no.
Il quadro generale è questo, non è semplice orientarsi, ed è vero, come dice Guido Vitiello, che il frazionismo è la malattia senile del nostro sistema dei partiti, e di tutti i partiti, ma è anche vero che l’alternativa alla presenza di un centro forte è avere un centro diffuso, frazionato, carsico, rompipalle, e non potendo fare affidamento su un Vannacci di centro, il centrista per essere anti populista non deve essere necessariamente moderato. La speranza dei liberali, con molte b, è che lo sciame centrista trovi un modo di far parlare di sé, dei suoi temi, della sua agenda, più di quanto faccia parlare di sé per i suoi scazzi, le sue divisioni, i suoi litigi, le sue incompatibilità. Delle due l’una: o il populismo è così forte da non permettere divisioni o il populismo è così debole da permettere frazionamenti. I sogni dei liberali con molte b, come spesso capita, non si esaudiranno, o magari saranno politici lontani dai liberali con molte b a esaudirli, ma intanto, nell’attesa, lo sciame resta una speranza e provare a farlo funzionare, facendolo entrare nel maggior numero possibile di alveari, dovrebbe essere una priorità per tutti coloro che pensano sia necessario per l’Italia del futuro avere un po’ più di europeismo e un po’ meno qualunquismo.