Politica
Il colloquio •
Non è un lusso, è sopravvivenza: il caso di Torino sul paradosso del condizionatore
Blackout e alte temperature hanno messo a dura prova il capoluogo piemontese, dove è in vigore un'ordinanza che obbliga gli esercizi commerciali a tenere chiuse le porte con l’aria condizionata in funzione. “Le ondate di calore impattano soprattutto sulle persone fragili, tenerle al fresco è compito delle amministrazioni”, dice il sindaco Lorusso

Torino
La questione dell’uso sistematico e sempre più crescente dei condizionatori, tra abitazioni private ed esercizi pubblici, è nelle ultime settimane al centro del dibattito nazionale. Aria si o aria no, tra chi lamenta esclusivamente gli effetti negativi, come le emissioni alte, l’inquinamento acustico e i frequenti blackout che si concentrano nelle grandi città. Tra queste, Torino è stata la più colpita e ha sperimentato diversi collassi della rete gestita da Ireti, la partecipata del comune che si occupa della distribuzione di energia elettrica.
“Noi abbiamo una situazione di estremizzazione di calore, soprattutto nella durata dei picchi”, spiega al Foglio il sindaco del capoluogo piemontese, Stefano Lorusso. La questione centrale non è quindi l’elevata temperatura ma il tempo per cui si protrae, oltre alla mancanza di “raffreddamento notturno”. Sono sempre più frequenti infatti le notti tropicali, in cui la temperatura “non scende in maniera sufficiente da disperdere tutto il calore della giornata”, dice il sindaco dem.
Per questo Torino è stata la prima città ad intervenire sulla questione del risparmio energetico, emanando un’ordinanza lo scorso 30 giugno che obbliga gli esercizi commerciali a tenere chiuse le porte d’ingresso e uscita quando si ha l’aria condizionata in funzione. La misura, però, sottolinea Lorusso, è “solamente emergenziale” mentre è necessario “porre una riflessione generale su come venga gestita nel nostro paese la produzione e la distribuzione di energia elettrica, oltre che ragionare su come si possa intervenire a livello locale e nazionale”.
L’ordinanza resterà in vigore fino al 30 settembre e si attiverà sulla base dei bollettini meteorologici emessi dall’Arpa, nel momento in cui dovesse scattare il terzo livello di criticità. Le temperature estreme non sono più un’eccezione e l’architettura delle nostre città, pensata per trattenere il calore, senza l’ausilio della tecnologia si trasforma in una trappola. “La durata delle ondate di calore impatta soprattutto sulle persone fragili, per cui tenerle al fresco è compito delle amministrazioni. Oggi – spiega Lorusso – la tecnologia fornisce diversi impianti alternativi ai classici aria-aria, ad esempio i sistemi geotermici che permettono abbattimenti molto più consistenti e quindi stimolare questo tipo tecnologia servirebbe per ridurre i consumi a pari di raffrescamento”.
Il primo cittadino si muove sul filo del rasoio. Da un lato c’è la necessità di gestire un’emergenza infrastrutturale che ha lasciato interi quartieri al buio; dall’altro, l’evidenza che la città non si può semplicemente “spegnere”. Secondo Lorusso, è necessaria una programmazione a medio-lungo termine per “adattare le città alle ondate di calore” ma non solo, a livello nazionale bisogna intervenire per “predisporre dei piani di resilienza al cambiamento climatico intervenendo sulle infrastrutture”.
Al centro di questo lavoro ci dev'essere una sinergia tra enti locali e governo nazionale che “non si basi non solo sull’incremento della fornitura elettrica ma anche sulla riduzione dei consumi”. Il cambiamento climatico, è la posizione del sindaco, “non ha colore politico, anzi, bisogna prendere consapevolezza che non si tratta di una questione opinabile, al di là dei negazionismi”.
Ad oggi, la fase acuta dei blackout ha ridotto la sua intensità, ma il rischio non si è concluso. Il problema, tuttavia, non è solo meteorologico, è sistemico e riguarda il modo in cui “questo paese produce, distribuisce e consuma energia sia d’inverno che d’estate”. L’ordinanza delle porte chiuse è un argine, un modo per abbattere temporaneamente i consumi nei momenti in cui c’è più bisogno senza lasciare al buio – e quindi al caldo – i cittadini. Ma la sfida rimane quella del lungo periodo. Se da un lato gli enti locali devono pianificare il futuro, dall'altro “adeguare i piani di emergenza nazionali all’azione dei picchi di calore non è un qualcosa che ha colore politico”, conclude il sindaco.