A Ranucci piace il privato politico. Indaghi sulla sua relazione con il presunto mandante dell’attentato

Il caso Lavitola sia il banco di prova della coerenza del conduttore di Report: ora racconti le proprie amicizie con lo stesso rigore riservato agli altri, senza scorciatoie complottiste. Cene di pesce e sospetti

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Foto ANSA

L’amicizia è sacra. La cena di pesce al ristorante è ancora più sacra. Per quanto mi riguarda, ho una predilezione confessa per gli avventurieri, tanto i grandi e fatali quanto i minori, che si nascondono come Lavitola dietro visi birichini. Panama. Il mezzogiorno d’Italia. La corte di Berlusconi, gli agguati di Montecarlo e il grande e sventurato Partito socialista. Carcere e pescheria in location monteverdina. Niente da dire o da moraleggiare, figuriamoci. Però adesso Ranucci, incassata la giusta solidarietà universale e la rivelazione giudiziaria di un mandato a colpire il caro amico Sigfrido in cui garantisticamente non crede finché non sia provato, e Ranucci garantista è una buona notizia a sorpresa, adesso Sigfrido dovrebbe dedicare una puntata delle sue, in quel programma televisivo che non s’ebbe tempo mai di vedere ma di cui molto si è chiacchierato. Dovrebbe indagare su quell’amicizia che lo riguarda, non basta dire che il tipo era giornalisticamente interessante, magari per arrivare a Marcello Dell’Utri, e te pareva. Ed è ridondante, scarsamente professionale, ricorrere al tic complottista per ipotizzare, come Ranucci ha fatto, qualcosa di vagamente trasversale, con la solita illazione su un secondo, terzo, quarto, quinto livello. Tutti erano morbosamente curiosi dei Babbi che Matteo Renzi voleva consegnare in una stazione di servizio a Marco Mancini. I Babbi sono squisiti, come la spigola al sale d’altra parte. Ma non tutti i Babbi sono uguali. Quelli per Mancini sapevano di losco, secondo Ranucci. Nelle sue inchieste, anche quelle sui gatti di Roma, si infiltra sempre un po’ di massoneria (Lavitola, si dice), di berlusconismo (Lavitola), di dell’utrismo (e qui Lavitola è addirittura un tramite per un’esperienza professionale agognata).
Dunque stavolta vale la pena sintonizzarsi per vedere se l’emissione tv del Seymour Hersh italiano emetta qualcosa di sapido a proposito del Seymour Hersh italiano. Ranucci è abituato a scatenare i suoi bravissimi bulldog per scandagliare i giri amicali, i collegamenti, le relazioni pericolose cosiddette. Questo è il sale, anche complottista e ingenuamente o troppo ingenuamente complottista, del suo metodo di lavoro, chiamiamolo così. A forza di vivisezionare il privato, che secondo l’immortale lezione femminista è politico, si spinse di recente a ipotizzare, senza uno straccio di prova, che il Guardasigilli facesse bisboccia in un ranch uruguaiano addirittura con il figliolo di Arrigo Cipriani e la celebre graziata, Nicole Minetti, già del giro berlusconiano. Il privato politico gli piace un frego, a Sigfrido, e metterlo in circolo è la sua specialità investigativa, il suo Pulitzer di ogni giorno. Ecco arrivata l’occasione di applicare il talento del cacciatore di scoop a questa sua relazione speciale con il presunto mandante dell’attentato contro di lui. Chiarire tutto. Diradare le ombre. Esibire il muscolo del segugio impenitente e impunito. Questo adesso sarebbe il suo compito. C’è chi tra noi, io per primo, di tutta questa storia non capisce niente e al fondo la trova non interessante. Un attentato mancato a Pomezia, l’improvvisa delega allo stato e alla polizia giudiziaria della fiducia assoluta del reporter in chief, salvo ipotizzare chissà quale livello di mandato. Poi tutto finisce con una cena di pesce, due volte a settimana, e una liaison che la polizia giudiziaria spiega e non spiega, a parte la necessità di provare in modo serio ogni accusa. Si può star certi che gli affezionati beoni del vino veritativo di “Report” sapranno come stanno le cose alla prossima puntata. Mica è un pericoloso massone dei suoi, il Sigfrido.