L'Ucraina "salvo intese" di Conte: l'accordo a sinistra arriverà in avvocatese

Il campo largo è ancora diviso sulle armi. Ma la profezia di come andrà, perché è già successo, ce la dà Marco Rizzo, da una poltroncina del Senato: "Quando sarà necessario troveranno un modo, un codicillo, un cavillo, un imbroglio lessicale"
15 OTT 26
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“Vi ricordo che Conte ha votato quattro volte l’invio delle armi in Ucraina quando c’era Draghi”. Su una poltroncina del Senato siede Marco Rizzo, che del comunismo italiano ha frequentato tutti i palcoscenici, e osserva il via vai dei parlamentari del Pd, di Avs, di Italia viva e del M5s con il sorriso storto del loggionista che conosce l’opera a memoria. Quelli scherzano, si danno di gomito, si scambiano la domanda del giorno con l’allegria cospiratoria degli studenti alla vigilia della gita, “tu quale risoluzione voti?”, perché ce n’è una per ciascun partito del campo largo e anzi qualcuno, a ben guardare, potrebbe votarne due. Ucraina sì, Ucraina no, Ucraina boh. Rizzo li ascolta, poi lascia cadere la sua sentenza come un sasso in una pozzanghera. “Quando sarà necessario troveranno un modo, un codicillo, un cavillo, un imbroglio lessicale”. E’ la profezia più esatta della giornata, e a pronunciarla è proprio l’uomo meno incline ad augurare fortuna al campo largo. Il modo, quando servirà, lo troveranno davvero, e avrà la forma dell’arabesco, quell’ornamento che l’arte islamica coltivò anche per obbedire alla diffidenza religiosa verso la figura.
Così ieri il centrosinistra si è diviso, ancora, e di fronte alle comunicazioni di Giorgia Meloni in previsione del Consiglio europeo ha presentato quattro mozioni inconciliabili sulle armi all’Ucraina e in definitiva sul senso delle parole “pace” e “sicurezza”. All’opposizione ci si può permettere quattro risoluzioni, “ma se andassimo al governo ne dovremmo scrivere una sola”, dice Walter Verini, senatore riformista del Pd . Si può governare l’Italia senza essere d’accordo su quasi niente, ma non senza sapere da che parte si sta in una guerra. Nel salone Garibaldi, che è la grande stanza di passaggio del Senato, Matteo Renzi ripete però ai cronisti quello che ha appena detto in Aula. “Non è l’Ucraina il problema”.
Poi si ferma, lascia che la frase si posi sui taccuini, scorre con lo sguardo i volti che lo circondano come per accertarsi che tutti abbiano capito, e ammicca. In quell’ammiccamento c’è il resto del discorso, il nome che non pronuncia. Il problema è Giuseppe Conte, che del campo largo è insieme l’ostacolo e la soluzione, e che sull’Ucraina, quando sarà il momento, l’accordo lo troverà, perché nessuno più di lui padroneggia l’arte del distinguo, quella casistica sottilissima che Pascal rimproverava ai gesuiti delle Provinciali, capace di riconciliare qualunque principio con qualunque convenienza purché si sappia dove collocare l’inciso. Del resto Conte è l’uomo del “pretermettere” e del “salvo intese”, la formula con cui, tra il 2018 e il 2021, i suoi governi approvavano con regolarità decreti ancora da concordare, e che basterebbe da sola ad assicurargli un posto nella storia della lingua italiana, se non ci fosse il resto.
Nel maggio del 2018 il contratto di governo con la Lega dichiarava “opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia”, e da giugno in poi, a ogni Consiglio europeo, ogni sei mesi, Conte quelle sanzioni le votò e le rinnovò. Fu soltanto il primo di una lunga serie di rovesciamenti, compiuti tutti con la stessa fantasia lessicale e persino, se necessario, anche aritmetica. Fu Conte a fissare da presidente del Consiglio il deficit al 2,4 per cento difendendo quel numero per settimane come una bandiera piantata in faccia a Bruxelles, finché a dicembre del 2018, dopo una trattativa con la Commissione, il 2,4 diventò il 2,04, e Conte andò al Senato a spiegare che il taglio non cambiava né i contenuti né i beneficiari né i tempi della manovra. Bastò uno zero infilato dopo la virgola a trasformare la sfida in un accordo.
Da presidente del Consiglio di un governo con la Lega portò in Consiglio dei ministri i decreti sicurezza di Salvini, e da presidente del Consiglio di un governo con il Pd, nell’ottobre del 2020, li corresse, senza cambiare né sedia né pochette. E quando nell’agosto del 2018 crollò il ponte Morandi, il governo promise di togliere ai Benetton la concessione delle autostrade. Due anni dopo, nel luglio del 2020, al posto della revoca arrivò una transazione con la società, e il comunicato di Palazzo Chigi precisò, con squisita prudenza, che si procedeva “fermo restando che la rinuncia alla revoca potrà avvenire solo in caso di completamento dell’accordo transattivo”, cioè che la revoca restava in piedi proprio nel momento in cui vi si rinunciava. Figurarsi che cosa potrà fare un simile virtuoso con una parola sola, “armi”, che nel suo vocabolario può ancora diventare – immaginiamo – “assistenza tecnica”, “bene a duplice uso” o, nella versione più audace, “sostegno finanziario” che gli ucraini spenderanno come credono.
Le quattro risoluzioni di ieri andranno ricordate per quello che sono, l’ultima occasione in cui ciascuno ha potuto fare campagna elettorale prima che arrivi il giorno della sintesi. Quel giorno ci sarà un testo solo, firmato da tutti e letto da ognuno a modo suo, e la parete del programma comune del campo largo sarà coperta da un arabesco così fitto che nessuno, nemmeno Marco Rizzo dal suo loggione, riuscirà più a distinguervi la figura di un’arma per l’Ucraina. Vi vedrà soltanto un intreccio, che nel vocabolario si chiama anche imbroglio.