Politica
Editoriali •
Repubblica e il silenzio sulle primarie
La strana timidezza sui gazebo del giornale che fu della tessera numero uno del Pd
15 OTT 26

Foto Ansa
Cercare alternative a Schlein e Conte è legittimo, ovvio. Cercarle senza disturbare gli elettori è un’altra cosa. Una domanda allora, sincera, non maliziosa, agli amici di Repubblica: ma perché, sulle primarie, non prendete posizione? La domanda è sincera: ma cari amici di Repubblica, voi che siete il giornale della vecchia tessera numero uno del Pd, non dovreste essere la tessera numero uno delle primarie? Ve lo chiediamo incuriositi: cercare alternative a Schlein e Conte è sacrosanto, ma perché cercarle nei retroscena anziché chiederle agli elettori?
I pavidi propongono terzi nomi, nomi feticcio, prestanomi. I coraggiosi, di solito, propongono candidature. La differenza è che i secondi rischiano di perdere, i primi rischiano soltanto una smentita. Direte, forse: sono divisive. Ma se il campo largo non regge una discussione, come dovrebbe reggere un governo? Se discutere di Ucraina, difesa e sicurezza fa saltare l’alleanza, il problema è la discussione o l’alleanza? Un candidato scelto per non rispondere alle domande non diventa una risposta. Il Pd, lo sapete anche voi, è nato sulle primarie, Schlein deve alle primarie la sua leadership, Prodi ne ricavò una legittimazione da oltre quattro milioni di partecipanti. Possibile che l’eredità dell’Ulivo vada custodita tutta, tranne il diritto degli elettori a scegliere chi la rappresenta? Possibile che la partecipazione sia bellissima finché non mette in discussione gli accordi dei partecipanti al caminetto? Le strade sono due: primarie di coalizione aperte a tutti, oppure primarie del Pd, senza congelare il congresso. Chi pensa di essere migliore di Schlein la sfidi. Chi pensa di poter guidare il campo largo meglio di Conte si candidi. Porti un programma, affronti il dissenso, chieda voti. Non cerchi un volto gentile da mandare avanti al posto proprio. Meno casting, più competizione. Meno indiscrezioni sui salvatori, più domande agli sfidanti. Il candidato giusto non è quello che mette d’accordo i direttori: è quello che convince gli elettori. Noi lo pensiamo. Voi?