Politica
L'editoriale del direttore •
Il tabù da sfatare nella difesa di Kyiv (e dell’Ue) coincide con una parola: vittoria
Alimentare la retorica della sconfitta immobilizza e rende ogni sostegno vano. Ricordare che contro gli sponsor del terrore la deterrenza può avere effetto e che il sostegno militare può portare risultati responsabilizza e mostra un orizzonte possibile. Fatti, rimozioni e tentativi coraggiosi di riaffermare la verità
16 OTT 26

Foto Ansa
Nella grande prova esistenziale che riguarda la difesa dell’Ucraina ci sono diverse parole che negli anni si sono trasformate in tabù. Un tabù è quello che riguarda le “armi”. Dove per “armi” si intendono le armi da inviare a Kyiv. Un altro tabù è quello che riguarda il “riarmo”. Dove per “riarmo” si intendono le attrezzature che servirebbero all’Europa per difendersi dalle stesse minacce che puntano diritto al cuore dell’Ucraina. Un altro tabù è quello che riguarda la parola “giusta” da collocare dopo la parola “pace”. Dove per “giusta”, per pace giusta, si intende non una pace purchessia ma una pace che non costringa l’aggredito a trovarsi nella condizione di dover accettare il principio che i confini di uno stato sovrano possano essere ridefiniti con la forza.
Nella grande prova esistenziale che riguarda la difesa dell’Ucraina la parola che tende però a essere rimossa con maggiore disinvoltura è un’altra ed è la parola “vittoria”. Quando si parla di Ucraina, della sua difesa, degli obiettivi dell’Alleanza atlantica, la parola “vittoria” tende a essere considerata come una provocazione inaccettabile. Non perché sia impossibile vincere la guerra contro Putin ma perché parlare di “vittoria” costringe a indicare un obiettivo, a mostrare una direzione, a fare i conti con la realtà. Il punto è chiaro. Se evochi l’idea che vi possa essere una “vittoria”, devi prima riconoscere la minaccia. Se riconosci la portata della minaccia devi agire di conseguenza. Mentre se non evochi l’idea che vi possa essere una “vittoria”, se dai cioè per scontato che ciò che Putin vuole raggiungere comunque lo raggiungerà, hai più facilità nel sostenere la tesi del disimpegno: che ci difendiamo a fare, tanto a vincere non siamo noi, no? Il tabù della guerra in Ucraina, “vittoria”, che è una parola compatibile con lo stato dell’arte della guerra in Ucraina, dove la vittoria non si misura solo in metri quadrati di territorio ma anche nei chilometri di confine tra la Nato e la Russia che si sono aggiunti con l’ingresso della Finlandia nell’Alleanza (oltre 1.300), nell’avvicinamento dell’Ucraina all’Ue (scenario che Putin avrebbe volentieri evitato), nella trasformazione dell’Ucraina in avamposto tecnologico della difesa europea (non solo per i droni), è stato sfatato negli ultimi giorni in due occasioni.
Lo ha fatto Meloni, due giorni fa, nel suo discorso in Parlamento quando ha ricordato che difendere l’Ucraina non è solo giusto ma è anche utile per permettere a Kyiv di raggiungere obiettivi militari. Meloni ha ricordato che la Russia, negli ultimi mesi, è stata “incapace di avanzare sul fronte” (secondo il rapporto presentato il primo ottobre dall’Institute for the Study of War, gli aggiornamenti territoriali di settembre hanno registrato 175,54 km quadrati conquistati dai russi e 256,35 riconquistati dagli ucraini). E ha ricordato che gli attacchi violenti russi nascono anche per questo: per provare a “piegare il popolo ucraino con il terrore, il freddo e il buio, semplicemente perché la Russia non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia”. Lo ha fatto Meloni, ma lo ha fatto a inizio settimana anche e soprattutto il capo della Nato in Europa, il generale Alexus Grynkewich, presentando a Varsavia un piano per la deterrenza dell’Alleanza, in Europa, chiamato proprio così: “Teoria della vittoria”. Grynkewich ha parlato della difesa del territorio della Nato, non ha parlato di come far vincere militarmente Kyiv, ma non ci vuole molto a capire che i temi siano strettamente collegati.
Alimentare la retorica della sconfitta immobilizza e rende ogni sostegno vano. Ricordare che contro gli sponsor del terrore la deterrenza può avere effetto e che il sostegno militare può portare risultati responsabilizza e mostra un orizzonte possibile. Inviare le armi è, per diversi partiti, ancora un tabù. Ma il tabù che pesa di più, quando si parla di Difesa, è proprio quello: guardare in faccia la realtà, saper riconoscere la minaccia, avere fiducia nelle capacità dell’occidente di avere alternative allo sventolio delle bandiere bianche.