Il caso di Itaca e quella tendenza a considerare la letteratura come qualcosa da accertare

Per il grecista James Diggle la patria di Ulisse non sarebbe la celebre isoletta delle Ionie, bensì un suo spuntone occidentale di Cefalonia. A forza di soppesare le opere per la loro veridicità invece che per la loro forza retorica, si arriverà a dubitare dell'esistenza delle sirene e del ciclope Polifemo 

7 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 12:57
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Neanche il tempo di abituarsi alla spericolata ipotesi di un Omero baltico, neanche quei trent’anni per rassegnarsi alla ricostruzione di Felice Vinci secondo cui Itaca era in realtà uno scoglio al largo della Danimarca, quand’ecco che da Cambridge James Diggle fa piovere una nuova teoria: la patria di Ulisse non sarebbe la celebre isoletta delle Ionie, bensì un suo spuntone occidentale di Cefalonia. Diggle è un autorevole grecista, fellow del Queen’s College, e la sua congettura è molto poco congetturale, essendo radicata su solide fondamenta filologiche e geologiche; Omero, a quanto pare, si guarda bene dall’utilizzare il termine nesos, “isola”, e descrive come piatto il territorio di Itaca, mentre è piuttosto montagnoso.
Se il rigore di questa teoria è incontestabile, resta tuttavia l’ennesima applicazione di un positivismo un po’ stucchevole alla letteratura, che è il campo del possibile anziché del reale. Temo sia un’ulteriore declinazione – coltissima, per carità, e affascinante per chiunque abbia fatto il liceo classico – della tendenza a considerare le opere letterarie alla stregua di dichiarazioni e non di discorsi; a soppesarle cioè per la loro veridicità (con annesse implicazioni in questo caso logistiche, più spesso etiche ed emulative) invece che per la loro forza retorica, per l’inventiva o addirittura, detto nel senso crociano del termine, per la loro poesia. Di questo passo prima o poi salterà fuori qualcuno a ipotizzare che la ninfa Calipso, la maga Circe, le sirene e il ciclope Polifemo non siano mai esistiti.