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Il disastro degli Azzurri è un sollievo e regala gol a porta vuota contro la fuffa nazionale

Cinque punti per analizzare il post-disfatta nazionale, dallo slogan "Gravina dimettiti" fino ai grandi intenditori antifascisti pallonari che incolpano Meloni se Gattuso non ha messo prima in campo il giovane Palestra

2 APR 26
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© foto Ansa

Uno. Heri dicebamus che quell’improbabile mammassantisima del calcio amico di Trump, Gianni Infantino, quello che ha donato a The Donald il “Premio della Pace” prima ancora di vedere come vanno a finire le guerre e il Mondiale (pan)americano, se proprio vuole far giocare anche l’Iran potrebbe provare il campo neutro della Biennale. Del resto lì c’è un mucchio d’artisti pronti a cacciare Israele, basta che gli ayatollah siano i benvenuti. Ora che però i Nostri sono stati eliminati – e nella speranza che a Infantino non venga in mente di far fuori l’Iran per regalarci un ripescaggio geopolitico umiliante – possiamo almeno gonfiarci il petto, noi veri democratici dell’Italia paese che amiamo: non è vero che ci eliminano sempre perché siamo scarsi, è che noi a giocare in Russia, nel Qatar e nell’America di Trump tutti posti che i diritti umani li mettono in fuorigioco, proprio non vogliamo andare.
Due. Libera nos a sòle. “Gravina dimettiti” è lo slogan che tutti ripetono a manovella, forse credono davvero di avere partorito uno schema di gioco vincente. Negli anni prima dov’erano tutti, a giocare in Bundesliga? E va bene che nel 2018 c’era “Optì Pobà” Tavecchio, ma le altre due figuracce contro la Macedonia e la Bosnia sono tutte sue. A sette anni dal Gravina che già scaldava i motori e temeva “il vuoto di potere per la seri C” nel calcio italiano il vuoto è l’unico schema. L’archeologia del sapere tira sempre fuori il famoso manoscritto affogato in una poltiglia di Robi Baggio scritto nel 2011 per la riforma del calcio e che nessuno ha mai letto né leggerà. Quello nasceva tre lustri fa dalla grama eliminazione in Sudafrica, a suon di vuvuzelas, poi venne il 2014 brasilero e almeno in quell’occasione il giro della Nazionale e la Figc trovarono il capo espiatorio: Balotelli. Oggi di capri espiatori ce n’è a schiovere, tra espulsi e ciccatori di rigori, ma forse l’unico che pagherà per tutti sarà Gattuso. Non una tremenda perdita tecnica, quella fu solo il Mancio e, ahinoi, l’amico Gianluca. Ma a proposito di sòle” non sarebbe male che assieme a Gravina e Gattuso salutasse anche la compagnia dell’anello del 2006 che lo ha scelto (perché non si trovava un altro?), ossia Buffon e Bonucci. Che popi sul piano squisitamente di calcio tutto il disastro sia stato colpa di Spalletti, né la Figc né la stampa benpensante si ricorda mai di dirlo.
Tre. Via i bambini dallo schermo. Verrà l’estate, o anche la PlayStation, e avrà i loro occhi. Almeno ci toglieremo dai nostri tutte quelle piagnucolose stronzate da padri madri nonne e orfani delle Notti magiche che gemono come se fosse una cosa grave davvero: “I bambini nati dopo il 2014 non hanno mai visto la Nazionale ai Mondiali”, “ai miei figli ho mentito: ‘I Mondiali non li fanno più’”. Negandosi l’evidenza che i ragazzini tra gli otto e i diciotto anni del calcio – quello sport confuso che dura un’ora e mezza e c’è pure il recupero – non interessa molto. Non lo giocano (ma è un altro rigore), lo trovano noioso, si scrollano felici gli highlight e i reel dei social. Avete mai provato a inchiodarli un’ora e tre quarti davanti alle urla composte di Lele Adani, o persino alle narrazioni pindarico-picaresche di Pardo o di Caressa? Poi dite che progettano le stragi a scuola. 
Quattro. Generazione Yamal. Vogliamo parlare davvero di calcio italiano? Che noia, ma accomodatevi. I temi sono due: i club italiani fanno magre figure in Europa anche con tanti stranieri: perché ormai siamo un mercato discount. No soldi. Se poi rischi l’arresto quando provi a farti uno stadio competitivo, capite voi che ha ragione De Laurentiis quando batte cassa dal sindaco Manfredi. E i pischelli? Com’è che da decenni non c’è un Totti, un Giggiriva? Semplice, non c’è la fame. Il grandissimo Eto’o diceva: “Corro come un africano tutto il giorno per poter vivere da bianco la sera”. Ditelo a un tredicenne che vive in zona Brera. Due: in Spagna e persino nelle Fiandre ai ragazzi insegnano a dribblare e a puntare la porta. In Italia le famigerate scuole calcio insegnano la diagonale. Chissà perché il tasso di bambini che giocano a calcio diminuisce. Forse perché da un ambiente tossico dove ti insulta persino tuo padre, “nel 4-4-2 fai cagare!, vien voglia di scappare.
Cinque. Ha stata Meloni. L’ineffabile Berizzi, grande intenditore pure dell’antifascismo pallonaro, ha riassunto il pensiero di molti cuori: “Un fallimento senza fine. Lo specchio dell’attuale classe dirigente politica e del potere che galleggia perdere sé steso e la poltrona”. Colpa delle destre anche se Gattuso ha messo troppo tardi Palestra. Ci vorrebbe almeno la decenza o la memoria di ricordare che nel 2018 al posto di Meloni c’erano Gentiloni e Conte. E nel 2022 Draghi. Sono vent’anni che la politica non si occupa del calcio. E se lo fa, meglio che eviti. ’Gnazio La Russa, che preferisce essere interista che impicciarsi di politica, ha fatto la pensata: Nuovo ct? José Mourinho”. Solo che Mou risponderebbe subito: “Non sono un pirla”.