I troppi lupi di Michele Serra

Il suo cane è stato divorato dai cugini alla lontana e la vita di contadini e allevatori è diventata “una trincea tenace e avventurosa all’abbandono dell’Appennino”. Il comune di Sulmona, però, ribatte che gli esemplari “sono espressione della cultura di questa terra”

5 MAG 26
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Foto Pixabay

“Chi ha un cane lo sa”, ha scritto Michele Serra nella sua newsletter per il Post. Io cani non ne ho, ma nemmeno sono così cinico da non capire quanto possa soffrire (“dolore fisico”) un umano per la perdita del suo cane. Mi dispiace. E non mi rallegra certo nemmeno, ma un po’ mi incuriosisce, la vicenda in sé e la morale che come un nuovo Fedro aggiornato Serra ne ha tratto. Storia selvaggia e straziante: il suo cane è stato sbranato da un branco di lupi vicino al suo eremo sull’Appennino piacentino. Ci sono i lupi in Val Tidone? Hai voglia. C’è tutta una cultura eco-frou frou che preferisce i lupi agli umani. Dopo un recente caso di avvelenamento di lupi in Abruzzo (guerra territoriale tra poveri), la procura di Sulmona ha proclamato che non darà scampo agli umani, perché i lupi “sono espressione della cultura di questa terra”. Il dolore ha fatto Serra più saggio: i lupi “sono un problema primario per chi vive in montagna e nella natura aperta”, contadini, allevatori e cittadini transfughi, “una trincea tenace e avventurosa all’abbandono dell’Appennino”. Dunque che fare? “Io quassù ci voglio vivere, assieme a cani e lupi”, dice, ma quanti lupi il territorio possa reggere “lo devono stabilire le autorità”. Non quelle di Sulmona, si spera per il suo prossimo cane.