"Belve Crime" e il "processo continuo"

Ogni nuova puntata deve avere una nuova verità. Basta digerirla. Il saggio Grasso già ci aveva ammonito

6 MAG 26
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Foto LaPresse

Non sono un frequentatore di “Belve Crime”, mi affido dunque alla sapienza predittiva di Aldo Grasso, che già un anno fa vaticinò: “Fagnani è la nuova Leosini?”. Di certo l’intrattenimento crime del primo pomeriggio è l’appagamento di ogni desiderio seriale del pubblico post prandiale, meglio molto della pur necessaria “pennicanza”. Poi c’è lo strano cortocircuito con il Paese degli acchiappa-citrulli e delle deep truth, e Francesca Fagnani come il mago Silvan mette in scena intriganti bauli col doppiofondo. Giorni fa Katharina Miroslawa, giallo di Parma, si è raccontata come “la vittima perfetta”. Ieri Roberto Savi, Uno Bianca, ha rivelato l’arcano: non ci beccavano mai perché lavoravamo in combutta coi “servizi”, deviati manco c’è bisogno di dirlo. Non ne ha mai parlato per anni, geniale la sua risposta a un pm che gli chiese cosa ci fosse “dietro” la Uno Bianca: “I fanali e la targa". Ma a un tratto, ecco il doppio stato. Non è colpa della nuova Leosini, è il mondo che va così. Il saggio Grasso già ci aveva ammonito, attraverso le parole di un giudice francese, Antoine Garapon, che vide tra i primi il fenomeno nuovo che è poi diventato il crime del pomeriggio: il “processo continuo”, in cui ogni nuova puntata deve avere una nuova verità. Basta digerirla.