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di Maurizio Crippa

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CONTRO MASTRO CILIEGIA

Garlasco e l’incubo dei media che risvegliano la voglia di democrazia diretta

In una delle più pasticciate inchieste giudiziarie della storia criminale italiana si aggiunge questo dettaglio: Andrea Sempio, ancora un semplice indagato, è stato intercettato mentre “parlava da solo”. Come il barbone di Jannacci. La regola spettacolare ha sostituito “l’insopportabile processo”

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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 10:42 AM
Immagine di Garlasco e l’incubo dei media che risvegliano la voglia di democrazia diretta

Foto ANSA

“El parlava da per lu” (Jannacci) 
L’illuminazione, o il diavolo, stanno sempre nel dettaglio. Non che questo di dettaglio, molto jannacciano, possa risolvere da solo “il caso Garlasco”, iniziato 19 anni fa con il terribile omicidio di Chiara Poggi e subito trasformatosi, praticamente in tempo reale, in una delle più pasticciate inchieste giudiziarie della storia criminale italiana e in un iter processuale più che discutibile (le sentenze non si discutono, gli iter processuali sì) che ha portato alla condanna a 16 anni di Alberto Stasi nel 2015, dopo due assoluzioni annullate dalla Cassazione e una condanna basata né più né meno sugli stessi argomenti che per due volte non avevano oltrepassato la soglia del ragionevole dubbio. Ora si aggiunge questo dettaglio, illuminante o diabolico, a piacere: Andrea Sempio, ancora un semplice indagato, è stato intercettato mentre “parlava da solo”. Come il barbone di Jannacci. Nessuno ancora sa se su di lui ci siano elementi di colpevolezza chiari. La difesa di Alberto Stasi, con le nuove carte ora in mano, chiederà la revisione del processo. Ma, dicono le fonti di stampa, “l’iter non sarà facile”. Ma allora, a che si deve tutto questo macello mediatico che monta pantagruelico da oltre un anno?
Se davanti a tutto questo po’ po’ di indizi nuovi, impronte numerate (ma 19 anni fa non c’erano?), alibi ora contestati, soliloqui intercettati, gemelle Cappa audite in qualità di pif, nemmeno la revisione “sarà facile”, figurarsi scoprire il nuovo colpevole, a che si deve tutto lo strabordante interesse mediatico e degli utenti dei social, tutti equamente divisi in periti, avvocati, medici legali senza il disturbo di esibire i titoli? Ci appellavamo ieri alla sapienza di Aldo Grasso, che nell’individuare le ragioni del successo dei crime show e, peggio, dei cold case che non finiscono mai citava “le due profezie di Garapon”, magistrato francese che già negli anni Novanta del secolo scorso aveva scritto un libro, I custodi dei diritti. Giustizia e democrazia spiegando che si era ormai entrati in un fenomeno nuovo, quello del “processo continuo”, grazie proprio alla tv. Topi di biblioteca come siamo, abbiamo ripescato un saggio di Edmondo Bruti Liberati, Delitti in prima pagina - La giustizia nella società dell’informazione in cui di Antoine Garapon si parla a lungo. Prima ancora, l’autore spiega che il binomio (perverso) tra giustizia e spettacolo nasce molto prima della televisione, se Georges Méliès già nel 1899 girò una “filmina” sull’Affaire Dreyfus e se scrittori come Fielding e Gide scrivevano regolarmente di processi di nera, e se in Italia la prima “legge bavaglio” per impedire alla stampa di propalare qualsiasi fatto o indizio processuale sui reati di sangue data al 1874. Citando Garapon, Bruti Liberati scrive che “i media, soprattutto la televisione, pretendono di offrire una rappresentazione più fedele della realtà di quanto non la offrano le finzioni procedurali. I media risvegliano il sogno della democrazia diretta, il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”. Così che “la dimensione convenzionale della verità giudiziaria diviene insopportabile” e prevale un “ricorso selvaggio all’opinione pubblica”. Il populismo penale spiegato in bella copia. Ancor più tremendo il ruolo dei media nel costruire una “spettacolarizzazione che mette in crisi la logica del processo”. All’epoca in cui Garapon scriveva ancora non avevano inventato i social media.
Garlasco non è certo il primo caso giudiziario che si trasforma in “processo infinito”, sovvertendo le regole processuali “insopportabili” per il pubblico. Ma forse è il primo caso in cui una tale sovversione di ruoli e regole è diventata così evidente. Si è arrivati a dire che le famose “gemelle K” avrebbero potuto però essere arrestate per falsa testimonianza. Si è scritto che rifiutarsi di rispondere è una prova di colpevolezza, mentre è un diritto. Ora il nuovo inizio, che è già prova, il dettaglio diabolico dell’indagato intercettato mentre “parlava da per lu” (come un matto?), in cui avrebbe però detto dei video intimi di Chiara e Alberto. Del resto uno dei capi d’accusa morali per Stasi non riguardava le foto porno? Basta questo a fare di lui e del suo ormai rivale processuale dei possibili assassini? Certo che no, ma basta e avanza per alimentare la golosità mediatica. Che ha come vero risultato quello di rendere sempre meno credibile proprio la giustizia, il processo. Ognuno si faccia il suo, e annodi il cappio a suo piacimento.

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"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"

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