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Dal caso Tortora a Garlasco: il rito mediatico supera la realtà

Caiazza denuncia la barbarie dei processi televisivi, ma quel format nasce quarant’anni fa proprio dalla tv che trasformò il caso Tortora in uno spettacolo giudiziario parallelo. E forse, aperto il vaso di Pandora, un giorno il “rito mediatico” finirà persino per essere codificato

21 MAG 26
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Foto LaPresse

L’avvocato Caiazza ha ragione quando denuncia la barbarie del processo mediatico — Garlasco, nella fattispecie — che ricalca punto per punto il rito giudiziario: la ricerca di nuovi testimoni, le perizie cotte e mangiate degli esperti in studio, gli avvocati che difendono i loro assistiti, il conduttore-giudice che guida il dibattimento. È un genere televisivo creato quarant’anni fa da quell’apprendista stregone del nostro fondatore. Della sciagurata invenzione Ferrara farà pubblica ammenda pochi anni dopo, nella prefazione al Circo mediatico-giudiziario di Soulez-Larivière. A uno di quei processi — civilissimi, a rivederli oggi — prese parte anche un giovane Caiazza: era la puntata del Testimone del 1988 sul caso Tortora e sulla sua causa contro i magistrati che gli avevano rovinato carriera e salute.
Ferrara giurava di non voler rifare il processo in tv, ma gli studi di RaiDue erano di fatto un duplicato delle aule napoletane: c’era il procuratore Olivares, che aveva rappresentato l’accusa in appello; c’era l’imputato, in collegamento dal suo letto d’ospedale; c’erano i suoi avvocati Della Valle e Caiazza, il primo nei processi per camorra, il secondo nella causa di risarcimento. Furono ascoltati i pentiti — Jannuzzi intervistava Pandico — e i periti, farmacologi e psichiatri, per poi arrivare alla sentenza. Certo, né Ferrara né Caiazza potevano presagire l’orrore dei processi mediatici a venire. Ma una volta aperto il vaso di Pandora, temo sia illusorio rimettere il coperchio. Nel breve termine, sono a favore di tutti gli interventi legislativi che pongano un argine a questo scempio, pur dubitando della loro efficacia. Nel lungo periodo, però, coltivo una visione distopica che oggi suona folle ma domani chissà: se non riusciremo a frenare la piaga dei processi televisivi, saremo costretti a codificarli, dotandoli di garanzie formali. Non so come, non so quando, ma immagino un futuro in cui l’imputato, nell’udienza preliminare, proprio come oggi richiede l’accesso al giudizio abbreviato, potrà dichiarare: scelgo il rito mediatico.