Aspettando le nuove puntate di "Graciela"

Credo che l'inchiesta del Fatto quotidiano sulla grazia a Nicole Minetti sia il frutto malformato di decenni di promiscuità tra due casati, quello dei pm e quello dei giornalisti – altro classico tema da telenovela

10 GIU 26
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Foto LaPresse

Non mi perdo una puntata di Graciela, la telenovela uruguayana che va in onda ogni mattina sul Fatto, un po’ come le mie nonne, agli albori di Rete 4, non si scollavano da Anche i ricchi piangono o da La schiava Isaura. Ma non è, questa, l’unica replica degli anni Ottanta. Leggendo la frase con cui l’annunciatrice Peter Gomez ha introdotto la nuova puntata – “tutti i racconti di Graciela (e relativi riscontri) prima del dietrofront” – ho capito che il quarantennale incesto mediatico-giudiziario ha generato una prole affetta da vistose malattie ereditarie. La parola chiave è “riscontri”. Se ne discuteva moltissimo quando il processo penale cominciò a fare i conti con le insidie del pentitismo. Il magistrato Elvio Fassone, in un convegno torinese del 1986, mise in guardia da certi “falsi riscontri” che la prassi giudiziaria stava imprudentemente accreditando. Alcuni di essi – che il racconto del pentito fosse analitico, dettagliato, coerente – non dicevano nulla della verità dei fatti riferiti, erano attributi intrinseci della testimonianza.
Altri davano l’illusione di poggiare su fonti esterne, ma erano altrettanto scivolosi: per esempio, un pentito è ritenuto credibile perché le sue parole trovano rispondenza nelle parole di un altro; o perché, accusando gli altri, si autoaccusa; o perché riferisce dettagli – la descrizione di un luogo, di un personaggio – che esistono nella realtà. Sembrano riscontri estrinseci, ma in verità non provano nulla. Ebbene, di che natura sono i “riscontri” annunciati da Gomez? Chat che dimostrano che Graciela ha raccontato al Fatto le cose che poi ha ritrattato. Fotografie che provano che Graciela è stata nella tenuta. Due autisti che confermano segmenti del racconto. Uno screenshot in cui Graciela stessa dice a un terzo di essere stata molestata e che diventa, per il Fatto, un “riscontro documentale” delle molestie. A dar retta a Fassone, sono tutti casi di scuola del falso riscontro. E sono i frutti malformati di decenni di promiscuità tra due casati, quello dei pm e quello dei giornalisti – altro classico tema da telenovela.