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Il Bi e il Ba •
Quella risposta estrema alla macchina persecutoria
Quando è così perfetta, così oliata, così apparentemente inespugnabile, arriva a convincerti che l’unico modo non dico per fermarla, ma almeno per inceppare temporaneamente l’ingranaggio sia togliersi teatralmente la vita. Una riflessione che mi è passata per la mente nell’attimo in cui ho letto la notizia del ricovero della madre di Andrea Sempio
19 GIU 26

Foto LaPresse
Insegnano gli psicoanalisti, ma anche certi maestri di meditazione, che i pensieri – specie i più perturbanti – non bisogna contrastarli con la fronte corrugata e i nervi tesi allo spasimo, sperando di cacciarli fuori dalla testa: è fatica inutile. Si deve piuttosto guardarli trascorrere come nuvole sul cielo della propria mente, mettendosi nella posizione del testimone di una fantasmagoria interiore. E così, eccomi ad annotare una strana catena di associazioni, che la mia parte cosciente forse non sottoscriverebbe nella piena luce della veglia – la giudicherei iperbolica, melodrammatica, sproporzionata – ma che si è tuttavia saldata a fuoco, anello dopo anello, fino a cingermi la testa e a farla scoppiare. Thich Quang Duc, il monaco buddista che si dà alle fiamme a Saigon nel 1963. Stefan Lux che nel 1936 a Ginevra si spara un colpo di rivoltella nel petto davanti all’Assemblea generale della Società delle Nazioni, per attirare l’attenzione del mondo sulla condizione degli ebrei sotto il Terzo Reich. Jan Palach che durante l’invasione sovietica si cosparge di etere e si dà fuoco in piazza San Venceslao a Praga. E ancora, Gabriele Cagliari che scrive dal carcere la sua ultima terribile lettera prima di soffocarsi infilando la testa in un sacchetto di plastica.
A volte, penso, uno ha davanti una macchina persecutoria così perfetta, così oliata, così apparentemente inespugnabile, che arriva a convincersi che l’unico modo non dico per fermarla, ma almeno per inceppare temporaneamente l’ingranaggio, per obbligare il mondo a un quarto d’ora di attenzione, per costringere i montaliani “uomini che non si voltano” a sollevare gli occhi dal bavero, sia togliersi teatralmente la vita, o ciò che ne resta. E sappiamo bene che in Italia opera da quasi quarant’anni, nell’indifferenza di molti e con la volenterosa collaborazione di molti altri, uno di questi impianti a moto persecutorio perpetuo. Tutto questo mi è passato per la mente nell’attimo in cui ho letto la notizia, mercoledì sera, del ricovero per overdose di farmaci della madre di Andrea Sempio.