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Fassone e Garofalo, giuristi costretti a scendere in guerra
Mi rassicura il pensiero di ritrovarli entrambi lassù in occasione del maxi-processo di Giosafat. Quem patronum rogaturus, a quale avvocato mi appellerò?
25 GIU 26

Foto Ansa
“Vorrei fare il giudice, e mi mandano alla guerra”, scriveva Elvio Fassone, magistrato e uomo di lettere, rievocando il suo impegno nel maxi-processo torinese contro il cosiddetto clan dei cursoti. Era il 1985. Il numero degli imputati – duecentoquarantadue – lo atterriva. “Come resistere ed essere solamente giudice? Come applicare l’antica sapienza ‘se mi troverai anche un solo giusto, io risparmierò l’intera città?’”. La logica dei pachidermi istruttori della prima metà degli anni Ottanta era spesso vicina alla decimazione, alla grossolanità della giustizia di guerra. Ma la leva di Fassone non era certo la prima a esser chiamata alle armi. Settant’anni prima, in età giolittiana, si era celebrato a Viterbo il primo maxi-processo della storia giudiziaria dell’Italia unita, nato dall’assassinio di Gennaro Cuocolo e della moglie. Meno di cinquanta imputati: bazzecole, a ripensarci oggi. “Visto così il processo era però una creatura deforme per struttura e finalità. Se si voleva punire l’omicidio, gli imputati erano troppi. E troppo pochi se si voleva processare la camorra. La disputa giuridica, politica e sociale sui limiti del processo fu netta. Da una parte per il principio di legalità e lealtà processuale si riteneva che funzione unica del processo fosse l’accertamento delle responsabilità nell’assassinio. Dall’altra si sosteneva che la punizione dei responsabili fosse secondaria rispetto all’esigenza di lotta alla camorra”. Così scriveva l’avvocato Giuseppe Garofalo, avvincente narratore di favole nere giudiziarie, in un suo libro, La seconda guerra napoletana alla camorra, pubblicato dalla Società Editrice Napoletana nel 1984, quando da Castel Capuano avevano da poco dichiarato la terza, inaugurata dalla pesca a strascico in cui finì impigliato anche Enzo Tortora. Elvio Fassone è morto il 21 giugno, la scorsa domenica. Giuseppe Garofalo lo ha raggiunto il giorno dopo, il 22. Mi rassicura il pensiero di ritrovarli entrambi lassù in occasione del maxi-processo di Giosafat. Quem patronum rogaturus, a quale avvocato mi appellerò?