Il processo penale è edificato sul terreno del rito sacrificale

La giustizia riparativa ammette una "vittima surrogata" al posto di quella reale. Ma dietro questa figura riaffiora un antico meccanismo: quello del sacrificio e della sostituzione

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Foto LaPresse

Se è vero che il processo penale è edificato sul terreno del rito sacrificale, bisogna vigilare affinché i resti degli antichi templi non affiorino troppo vistosamente in superficie. Ieri su La Sicilia l’avvocato ed ex magistrato Vincenzo Vitale ha commentato questa notizia: una donna condannata per aver ucciso la figlia è stata ammessa alla procedura della giustizia riparativa, ma siccome i parenti non vogliono saperne di sedersi a un tavolo con lei hanno scelto di delegare il compito a una vittima surrogata. Non è la prima volta che accade.
Dell’eventualità che a partecipare al percorso riparativo sia una vittima surrogata o “aspecifica” – che abbia cioè subìto reati analoghi – si discute da anni. Ma stavolta, scrive Vitale, si è superata la soglia della surrealtà: “Perché in ciò che accade nulla vi è più di reale. Non la persona imputata, non ancora condannata con sentenza definitiva; non le vere vittime del delitto, accantonate come se la loro volontà non conti nulla; non il soggetto ‘surrogante’, il quale nulla conosce dei fatti accaduti e soprattutto per nulla può risentirne gli effetti”. L’avvocato vede all’opera un “maligno psicologismo” che in nome del populismo vittimocentrico sta trasformando il processo in affare privato: le Erinni vendicatrici scalpitano nei sotterranei dell’Areopago. È vero, ma credo ci sia anche dell’altro.
La sostituzione – ossia la designazione di una vittima in rappresentanza d’altro o d’altri – è il cardine dei sistemi sacrificali: l’animale immolato al posto dell’uomo, il capro che porta nel deserto le colpe della comunità, l’Agnello di Dio che si carica dei peccati dell’umanità. È il grande enigma con cui si sono cimentati Frazer e Mauss, Girard e Burkert, i quali se avessero sentito parlare di “vittima surrogata” avrebbero detto ai giuristi: scansatevi, è materia nostra. Solo in questa luce si colgono le implicazioni di una sacra rappresentazione in cui un condannato è chiamato a cospetto di una vittima paradigmatica, sostituta di tutte le altre, rischiando specularmente di apparire come colpevole “aspecifico”. Le antiche rovine erompono dal basso, spaccando i pavimenti del tribunale.