Vite dalle tasche vuote
Non si contano più i morti nelle manifestazioni in Iraq e in Iran. E se si contano, i numeri valgono poco per gli osservatori lontani. Ma le proteste proseguono, senza cedere a distanza di tempo e di apparenti vittorie

Due manifestanti durante gli scontri con le forze di sicurezza a Baghdad (foto LaPresse)
La borsa mondiale dei valori delle vite umane uccise nelle manifestazioni pubbliche è davvero volatile: in Iran, nell’ultimo mese, sono ufficialmente più di duecento, in gran parte uccisi da cecchini del regime; in Iraq sono ufficialmente più di quattrocento, e qualcosa come 16 mila feriti. Nessuno può sapere quanti siano davvero. Le cifre, del resto, valgono poco anche per l’opinione dei lontani: avrei potuto scrivere 4.000, o perfino 400.000 (l’abbiamo scritto, infatti, per la Siria, e non bastava) ottenendo lo stesso effetto distratto. Mi ha colpito però un dettaglio dei racconti sulle ribellioni: che le tasche dei morti ammazzati si trovano vuote, o con qualche dinaro spicciolo, l’equivalente di pochi centesimi di euro. Morti ammazzati con le tasche vuote.
L’Iran voleva reprimere le proteste in Iraq ma si ritrova un’ondata in casa
La moltitudine di iracheni che riempie strade e piazze, soprattutto nel sud di Bassora e a Nassiriya, e nelle città sacre di Najaf e Kerbala, oltre che a Baghdad, non ha alcuna intenzione di fermarsi dopo le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul Mahdi, figura cui era stato confidato un equilibrio fra le bande sciite rivali e fra i due tutori del paese, Iran e Stati Uniti. Sono manifestazioni che nessuno può vantare di controllare né di rappresentare, nate dalla povertà, dallo scandalo per la corruzione e dall’insofferenza per la sudditanza del paese all’Iran. Le cui rappresentanze sono prese d’assalto dalla folla nelle città sacre della shia, meta di pellegrinaggi di milioni di fedeli. A Najaf il consolato iraniano è stato dato alle fiamme per tre volte nell’ultima settimana. L’uomo forte iraniano, il famoso Qassem Suleimani, è venuto due volte in Iraq a mettere in riga i partiti sciiti e le loro milizie, ma è tornato a mani vuote. Il ventilato compromesso fra i capi dei due partiti maggiori, Sadr e Amiri, è fallito prima di provarsi, tutti sembrano tirarsi indietro dalla partecipazione arrischiata a un nuovo governo, e lo sviluppo più probabile è l’anticipazione delle elezioni. In questo caso il potere esecutivo passerebbe per un semestre al presidente della Repubblica, il curdo Barham Salih.
Salih è uomo abile e ambizioso, uscito e poi rientrato nel Puk di Suleimanya, che sta per tenere un congresso – salve complicazioni – in cui regolare le proprie leggendarie rivalità interne e sancire, forse, un passaggio di generazione. I sunniti iracheni, finora appartati rispetto all’ondata di insurrezioni, mostrano una maggiore iniziativa. Ma la manifestazione sunnita più evidente sta ancora nelle incursioni jihadiste dello Stato islamico, nelle provincie curde o limitrofe e con gli attentati esplosivi nella capitale. I nemici Iran e Stati Uniti sono d’accordo sull’unica preoccupazione che lo stato iracheno non perda la sua unità. Ma è proprio quello che sta succedendo. Il contenuto sostanziale delle rivolte è una volontà di “autogoverno” dei diversi governatorati, che vuol dire soprattutto l’intenzione di tenersi le proprie risorse economiche: cioè di lasciare all’asciutto le fameliche fazioni della capitale. Resta quel fatto: la ribellione popolare, soprattutto di giovani, che non cede a distanza di tempo e di apparenti vittorie, come a Hong Kong. Con quella differenza, che bisogna sperare che non venga colmata dal lato di Hong Kong: il costo esoso di vite umane. Vite dalle tasche vuote.
