“Perché tu esci vivo?”. La solitudine di un quasi desaparecido

Marco Bechis è scampato all'Argentina del golpe militare. Poi gli sguardi pesanti, che non gli permettono di sentirsi vittima: è stato liberato. Regista della trilogia argentina e ora di un libro, "La solitudine del sovversivo".
10 LUG 21
Ultimo aggiornamento: 04:00
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Marco Bechis al Festival del cinema di Venezia nel 2008 (LaPresse) 

Raccomando oggi il libro di Marco Bechis, “La solitudine del sovversivo”, Guanda. Molti di voi, immagino, conoscono i film di Marco Bechis, in particolare la trilogia argentina di Alambrado (1991), Garage Olimpo (1999) e Hijos-Figli (2001). Bechis è nato in Cile nel 1955 da una madre cilena e un padre italiano, importante dirigente industriale, ha vissuto fra Argentina Brasile e Italia, è stato nei primi anni 70 un militante riluttante dell’estrema sinistra. Nel 1975, nel Portogallo della rivoluzione dei garofani, desiderò diventare maestro, e si propose di farlo con i bambini nativi nell’Argentina dei militari golpisti. Nel 1977 fu rapito in strada a Buenos Aires da un comando di sgherri segreti e trasportato in uno dei sotterranei usati per tormentare e assassinare i dissidenti politici e chiunque apparisse poco conforme alla dittatura: desaparecidos, a migliaia, scaricati in mare vivi dagli aerei, derubati, chi li aveva, dei figli, regalati a torturatori e assassini. Passaporto italiano, dedizione e rapporti privilegiati dei genitori permisero fortunosamente a Marco di uscire vivo dai suoi giorni di tortura e dal purgatorio della detenzione “normale”, e di farne un sopravvissuto, uno fra i pochi. Perché tu esci vivo? – gli chiedevano e gli imputavano gli sguardi, e a volte le parole, dei compagni di sorte il cui destino era segnato.
Nei giorni e nelle notti della prova resistette, sapendo che la sua resistenza sarebbe stata spezzata, quando l’intensità degli ampere scaricati sul suo corpo nudo fosse cresciuta ancora. Si affidò a una scheggia di muro della cella, cui ricorrere per l’unica evasione possibile, mentre i suoi compagni fuori si muovevano con una pistola e una pastiglia di cianuro.
In quel passaggio, sempre bendato, tiene a memoria ogni dettaglio – i rumori soprattutto, le urla, i gemiti, lo sfrigolio della macchina elettrica, quella usata per il bestiame bovino, le risate degli aguzzini, le radiocronache delle partite, i rimbalzi della pallina da ping pong del loro svago. Non sta accumulando ricordi per quando ne potrà essere testimone: è solo un animale braccato che sta in guardia. Fa un incontro straordinario, con la ragazza, bellissima, valorosa, che ha fatto il suo nome, ed è già stata, lei, spezzata. E con altri, i carnefici e le vittime. A lui, liberato, non è permesso sentirsi, qual è, vittima: gli verrà perfino rinfacciato, da qualcuno che, al sicuro, crederà di potergli parlare a nome dei non tornati.
Bechis è stato, alla fine, un tenace e prezioso testimone anche nei tribunali in cui i suoi aguzzini e i loro capi sono stati processati, a Buenos Aires e a Roma. (Dalla Cassazione romana, ieri, il processo “Condor” ha avuto la sua sentenza giusta, e definitiva). Prima, si è impegnato a raccontare l’infamia. E’ diventato fotografo e poi regista per questo. Ha girato, con Garage Olimpo, il film più importante sulla tortura e i suoi autori. Ha frequentato i luoghi cruciali in cui il potere sui corpi e le menti si sfrena e mette in mostra il nervo profondo e osceno dell’umanità. Tra quei luoghi passano legami speciali e imprevedibili: a Srebrenica lavorano ancora, ventisei anni dopo, patologi forensi che si specializzarono a Buenos Aires nelle esumazioni dalle fosse comuni, e hanno aperto la via a quelli del Labanof milanese che restituiscono un nome agli annegati del Mediterraneo. E gli yazidi di Dohuk invocano che tocchi anche a loro questo lugubre privilegio…
Nel giorno di Srebrenica Bechis era dove arrivavano gli scampati, i bambini le donne e i molto vecchi, cacciati e separati dai ragazzi e dagli uomini assassinati a migliaia; e davanti a quei cortei umiliati si disse che la rappresentazione della tortura e della ferocia, a differenza della sua registrazione diretta, reale – così difficile, i malvagi cancellano le tracce, se non ogni tanto per incidente o per vanità – non deve proporsi di mostrare la violenza, per giunta compiacendosene, ma di farla immaginare, così che metta radici profonde e durature nello spettatore.
Era questa la forza di Garage Olimpo. C’è una protagonista nel film, Maria, una giovane donna, violata e ingannata. Dice Bechis di essersi allora interrogato sulla sua sorte finale, e di aver ceduto alla convinzione di collaboratori e amici fidati: non puoi cedere a un lieto fine, in questa storia, e nelle migliaia come lei, non ci si salva. Così avviene nel film, e si capisce che Marco sentisse che così dovesse avvenire, e la sua resistenza era solo la ribellione effimera a un passato senza riparo.
Sta di fatto che fino ad ora, fino a questo libro doloroso e intrepido, Marco Bechis non aveva testimoniato su sé – se non in quei tribunali. In Garage Olimpo c’è una donna desaparecida – scaricata sull’oceano – dunque a una doppia distanza di sicurezza da lui, uomo e sopravvissuto. Si è portato dietro uno spirito luttuoso e suicida, una tentazione costante e differita. Ora se ne è liberato? Non so, non posso dirlo, forse non saprebbe dirlo lui stesso. Però l’ha raccontato. Ha intitolato “La solitudine del sovversivo”, bene, non è stato reticente. Però ha raccontato la solitudine del sopravvissuto, e succede di leggerlo a ridosso di un’esperienza imprevista che ha avvicinato il genere umano, in solido, ordinariamente, al gusto amaro della sopravvivenza.