Vita di Giuseppe Di Vagno, il primo deputato ucciso dai fascisti

Ricordato come precursore di Matteotti, la morte violenta non è l'unica cosa che accomuna i due socialisti. Il pugliese fu competente amministratore e riformista, e temerario nemico della prepotenza e della corruzione. Un libro di Fulvio Colucci
23 SET 21
Ultimo aggiornamento: 04:00
Immagine di Vita di Giuseppe Di Vagno, il primo deputato ucciso dai fascisti

Venezia, 1965 / Paolo Monti (Wikimedia Commons)&nbsp;<br />

Al socialista Giuseppe Di Vagno (Conversano 1889-Mola di Bari 1921) è intitolata una fondazione che conduce una ricca attività. Tuttavia la sua conoscenza resta inadeguata. Di Vagno fu assassinato al termine di un comizio da una banda di squadristi del suo paese che lo braccavano e avevano tentato altri sanguinosi agguati. In un articolo memorabile, il suo compagno e amico Di Vittorio descrisse la sua breve agonia e ne disegnò vivacemente la tempra, evocando un incidente a Montecitorio: “Il deputato popolare ultra-fascista Cappa tentava di aggredire il compagno Matteotti, che è snello, esile. Vidi Giuseppe Di Vagno prendere agilmente pel petto il Cappa e deporlo delicatamente per terra a quattro passi di distanza... Lo prese con la stessa facilità che una madre sana prende il suo bambino poppante. Avrebbe potuto fargli gran male, soltanto buttandolo per terra. Ma Egli era il Gigante buono e lo depose reggendolo perché non cascasse”.
Al nome di Giacomo Matteotti quello di Peppino Di Vagno è spesso accostato, come di un precursore: il primo deputato ucciso dai fascisti, prima ancora della marcia su Roma. Ora un libro di Fulvio Colucci, Giuseppe Di Vagno. Martire socialista (264 pp., Bari, Radici future ed.) mi ha colpito per altre somiglianze. Come Matteotti, Di Vagno è un competente amministratore e un riformista, e insieme un intransigente e temerario nemico della prepotenza e della corruzione dei galantuomini dal cui ceto e dalla cui formazione pure proviene. E’, dopo una prima inclinazione salveminiana all’interventismo democratico, denunciatore strenuo della conduzione della guerra nelle trincee e nel retrobottega, e come Matteotti nel Consiglio provinciale di Rovigo (l’“austriacante…”) attaccato come rinnegato (“più austriaco che italiano”) per le parole pronunciate in Consiglio provinciale barese dopo Caporetto. È avversario forte e sarcastico della “scissuromania” della sinistra. Ed è, negli anni ultimi, uno che sa di essere condannato.
Colucci è un prestigioso giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno – non c’era inviato a Taranto per l’Ilva che non facesse capo a lui – e ha fatto uso delle biografie contemporanee e recenti su Di Vagno, mirando a illuminarne formazione e scelte attraverso un confronto continuo con il contesto di fonti politiche, giornalistiche (Di Vagno diresse il giornale socialista Puglia rossa) e letterarie, in particolare le memorie di Tommaso Fiore, vicino d’età e di paese – Altamura – e amico e compagno di studi. La vita di Di Vagno, 32 anni, attraversa guerra e dopoguerra, ascesa delle lotte bracciantili e contadine e avanzata impetuosa del socialismo pugliese, durezza del conflitto intestino – in Puglia la presa di Amadeo Bordiga sull’ala comunista astensionista è fortissima –, ferocia estrema della reazione e dell’odio civile. Esecutori e mandanti dell’assassinio di Di Vagno furono noti, amnistiati una prima volta dal fascismo per aver difeso “i valori della nazione”, una seconda volta da giudici repubblicani per aver agito “preterintenzionalmente”, con l’amnistia di Togliatti guardasigilli.