Passeggiata sul fiume Dnieper

Nell'assenza di una parola che significhi "distruttore di ponti" c'è tutta l'ipocrisia delle pratiche di guerra sui corsi d'acqua
16 LUG 22
Ultimo aggiornamento: 04:02
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Il fiume Dnieper (via Wikimedia)

Scrivo da Dnipro (l’accento sull’ultima), nome della città e del fiume che la attraversa, che noi chiamiamo Dnieper. Avevo almeno tre ragioni per spingermi qua, e intanto ne cito una: vedere il Dnieper. Quando ero bambino, e la geografia era ancora illesa – poi ci furono tentativi di farla inghiottire dalla storia, cui incautamente partecipai, poi di fare inghiottire ambedue dalla geopolitica, cui fieramente mi oppongo – e l’insegnamento era ancora nozionistico, si aveva molta cura di far imparare il nome dei due fiumi appaiati, il Dniester e il Dnieper. Ora l’ho visto, e poco fa avevo visto anche il Dniester, Dnistro, quest’ultimo alla foce. Odessa sta in mezzo alle due foci, e vicino anche a quella del Danubio.
Il 3 febbraio, Ezio Mauro (attraverso lui saluto il suo antenato) aveva scritto del Dnepr delle leggende, dell’epica e della storia storta da Putin al servizio della sua annessione: “Il Dnepr più di tutti ha un ruolo sacro, un segreto mistico, un compito religioso”. (Ma è il Dnieper di Kiev, quello della Rus’). “O Dnepr, figlio di Slovuta!... Bagnerò nella tua acqua la mia manica di seta e al principe tergerò le sanguinose ferite sul suo corpo possente”. Si poteva ancora evocare la bellezza feroce delle saghe: ventuno giorni dopo, il sangue e la seta si sono separate irreparabilmente.
Ho camminato lungo il fiume, imponente, e senza segno apparente di siccità. I fiumi sono prediletti dai maniaci di confini e di guerre. Dai distruttori di ponti. Se non sbaglio, non esiste il nome contrario di pontefice, costruttore di ponti: un’assenza rivelatrice dell’ipocrisia di fondo degli umani, perché la distruzione dei ponti è sempre stata un’attività di richiamo, e imperversa oggi in Ucraina. La faccia di successo del Genio militarizzato.
Il Ponte Nuovo (o Centrale, 1966) di Dnipro che ho di fronte ha, a occhio e croce, almeno quaranta file di pilastri a tenerlo su: ne bastano una o due a buttarlo giù. Che idea, direte. Ora sono seduto in piazza Eroi di Maidan, bevo la mia spremuta, ascolto le sirene – più forti, qui, ma la stessa noncuranza delle persone – e leggo una versione della poesia di Taras Schevchenko (1814-1861) sul “Dnipro possente”:
I galli non cantano per svegliare il mattino,
Non c’è ancora un suono dell’uomo,
I gufi nelle radure chiamano i loro avvertimenti,
E i frassini scricchiolano e scricchiolano ancora.