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Il cappio dopo la croce
Un ingrediente essenziale dell’antigiudaismo e poi dell’antisemitismo sta nel ritorcere sugli ebrei accuse e pregiudizi escogitati contro di loro. I pensieri di un cristiano venerdì santo
4 APR 26

Foto LaPresse
Scrivo in uno strano, tormentoso venerdì santo – il Grande Venerdì, lo chiamano in tanti paesi. Mi auguro che, quando la Corte Suprema israeliana giudicherà della pena di morte speciale votata dalla Knesset, sia presente e agguerrito l’avvocato del diavolo. “Speciale” è l’aggettivo sul quale infieriscono i nostri giorni.
Un ingrediente essenziale dell’antigiudaismo e poi dell’antisemitismo sta nel ritorcere sugli ebrei accuse e pregiudizi escogitati contro di loro. Dunque si sta su quell’orlo micidiale quando si ricorda, come io oggi, venerdì di passione, un processo – o due, uno religioso, del sinedrio, “una farsa”, così come lo racconta Giovanni, e uno romano, del pretorio – a un giovane ebreo accusato di lesa maestà, qualcosa come il terrorismo. Di mirare alla fine dell’impero romano. E quando i cristiani commemorano la sua condanna a morte con l’adorazione della croce, lo strumento infamante della sua esecuzione. E il tentatore suggerisce di paragonare il consenso o l’indifferenza della maggioranza del popolo di Israele, che secondo la leggenda sceglie Barabba, al consenso o l’indifferenza della maggioranza del popolo d’Israele di fronte alla pena di morte riservata ai “terroristi”: agli omicidi di cui si presuma che mirino alla fine dello Stato di Israele. E che lo strumento delegato ad attuarla sia la forca, e che di qui a due o tre secoli quel patibolo diventi l’oggetto di venerazione di un nuovo culto grandioso assetato di vendetta contro gli israeliani e gli ebrei, o che, più modestamente, più presto, tolga all’Iran dei mullah invasati il distintivo glorioso della forca e del cappio, già appuntato sull’uniforme dei ministri di Gerusalemme.
Ingrediente decisivo dell’antisemitismo poi è la pretesa che alle sue origini stia effettivamente una colpa originaria, o almeno un concorso di colpa, degli ebrei. Dunque che ora, a scanso di farsi antisemiti, i pensieri di un cristiano venerdì santo debbano essere confinati al ripudio di una maggioranza governativa israeliana e, se altre istituzioni non sappiano annullare l’obbrobrio della pena di morte e della sua destinazione etnica, dello Stato di Israele, già temerariamente decretato lo Stato degli ebrei. La blasfemia di simili pensieri, si dirà, è provata dal fatto che la legge sulla pena di morte speciale non riguarda un ebreo, come quella volta. Appunto.
Quanti guai fanno i motti genialmente riusciti. Perché non immaginare infatti che una tragedia possa ripetersi in tragedia?