di Adriano Sofri
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Per Bakari Sako, il bracciante in bicicletta
Si era fermato a bere un caffè in un bar aperto, e là la banda lo ha accoltellato, “senza un motivo”: come se accoltellare un nero all’alba non fosse un motivo bastante
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13 MAY 26

Foto Pixabay
Stavo finendo di leggere – ci si mette poco, è un volume smilzo – il saggio dedicato per il Mulino al “4 luglio”, da Arnaldo Testi. Attraverso una rievocazione della data del Giorno dell’Indipendenza, ricca di episodii, aneddoti e coincidenze, si legge una vivace ricapitolazione della storia americana, buona da confrontare con quella che oggi non si sa se considerare come un inveramento paradossale o una paradossale liquidazione della storia degli Stati Uniti d’America. “Tutti gli uomini sono creati uguali”: formidabile premessa. Cui era però da molti, da troppi, sottintesa la lettura autentica: “Tutti gli uomini maschi bianchi sono creati uguali”. Che ne restringeva di moltissimo l’orizzonte. Ne teneva fuori soprattutto le donne, e gli schiavi. Dunque una maggioranza dell’umanità. Le donne non partecipavano alle parate, né al voto: partecipavano ai balli. Ma leggevano già la Dichiarazione a loro modo. Anche gli schiavi, i neri, anche Nat Turner leggevano a modo loro. Dopo, le cose cambiarono, fra avanzate, dirottamenti, regressioni, e non fanno che cambiare. Forse la partita si gioca nelle elezioni di Midterm, addirittura. Corte Suprema e Gerrymandering permettendo.
Mi sono interrotto per leggere tutto quello che trovavo su Bakari Sako. Bakari Sako, 35 anni, è stato assassinato a Taranto da una banda di cinque minorenni e un ventenne, tarantini. Il suo assassino materiale, quello che l’ha trafitto con tre coltellate, mentre gli altri gli sferravano calci e pugni, ha 15 anni: ha confessato e ha fatto ritrovare l’arma. Bakari Sako era arrivato nove anni fa dal Mali, per mare, come il suo fratello minore, Soleyman. Era musulmano, aveva tre fratelli e tre sorelle. Bakari era incensurato e aveva un regolare permesso di soggiorno. Aveva vissuto e lavorato a Torino, poi era venuto a Taranto, per raggiungere il fratello. A Taranto aveva lavorato come cameriere – “molto gentile” – e ora come bracciante, nella raccolta dei pomodori, a Massafra. Ci andava tutti i giorni, anche il sabato – è stato ucciso il sabato, alle 5 e mezza di mattina. Andava in bicicletta alla stazione, che a Taranto sta oltre il Ponte di pietra, che la collega a Taranto Vecchia, e alla larga piazza che si chiama Piazza Fontana. Bakari è stato ucciso in Piazza Fontana, infatti: la cronaca ha una sua tracotanza sarcastica. Si era fermato a bere un caffè in un bar aperto, e là la banda lo ha accoltellato, “senza un motivo”: come se accoltellare un nero all’alba non fosse un motivo bastante. “Futili motivi”, è la formula tecnica. Bakari, ha ricordato suo fratello, era gentile, riservato e timido. Aspettava un figlio, in Mali. Due figli, da due mogli, secondo alcune cronache: due vedove, due orfani. Amava il calcio, si rischia di sbagliare a cercare notizie su lui, perché un suo omonimo, Bakari Sako, è un calciatore francese-maliano, ha giocato nel Saint-Etienne e nella giovanile del Mali. Sui social, il nostro Bakari, invece che la sua bella faccia, aveva messo la fotografia di un’altra fontana tarantina. Oggi, alle 17,30, in questa piazza Fontana meridionale, associazioni tarantine, Libera, Babele, Mediterranea, e la comunità maliana, chiamano a ricordare Bakari.
Sulla Stampa, Valentina Petrini ha copiato il messaggio che Soleyman Sako ha rivolto agli sventurati assassini: “Avete ucciso il mio fratello maggiore. Una persona silenziosa. La persona più importante della mia vita. Avete ucciso un padre, un marito, il figlio di qualcuno. Mi avete fatto qualcosa che non potrò mai dimenticare”.
Il mio amico Alfonso Musci gli ha dedicato pochi versi:
Per Bakari Sako, il bracciante in bicicletta
Il caporale ti sfrutta
il bullo ti ammazza
il demagogo tace, si nasconde
non sappiamo se sogghigna o batte i denti
aveva anzitempo attizzato la fiamma.
Adriano Sofri
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