di Adriano Sofri
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Si fa presto a dire lapsus. Da Giannini a Zagrebelsky (con fatto personale)
Dal paragone infelice sull'immobilismo allo strafalcione di Mirella Serri su Richard Wagner. Ma anche Valditara sui brigatisti che hanno ucciso Mattarella. Meglio sarebbe non far passare queste sviste senza batter ciglio
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15 MAY 26

Foto LaPresse
I lapsus sono freudiani o no. A volte tradiscono capricciosamente le nostre intenzioni, come inciampare distrattamente in una minuscola sporgenza. Altre volte ci tradiscono, all’opposto: ci smascherano. Sopravvalutarli è più dannoso che trascurarli. Susan Sontag condusse una gran battaglia “Contro l’interpretazione” e poi contro la colpevolizzazione psicosomatica della “Malattia come metafora”. E il chiacchiericcio (nome peculiarmente bergogliano) contemporaneo è così fitto e incalzante che la moltiplicazione dei lapsus è assicurata.
Non era propriamente un lapsus, e tuttavia un meccanismo affine, quello di Massimo Giannini, che aveva paragonato la durata immobilista del governo vigente e certi effetti della longevità contemporanea. Giannini aveva esposto con naturalezza il suo paragone (“Se passa gli ultimi venti anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che sia vissuto così tanto“) che in tutta naturalezza era stato accolto dai suoi interlocutori, e anzi, col riflesso pavloviano del programma di Floris, era stato debitamente applaudito dal pubblico mentre ancora veniva pronunciato. Dopo, di fronte a una larghissima e varia indignazione, Giannini aveva esitato fra una mezza scusa e una mezza protesta – ci si sente offesi, come si può sospettare questo di me! – salvo tornarci su e scusarsi pienamente e sinceramente e accoratamente, in modo del tutto convincente per chi lo conosca, e spero anche per gli altri e le altre.
Mirella Serri – ho recuperato in ritardo gli episodi di cui sto dicendo – ha parlato di un Richard Wagner che appoggiava il nazismo ed era finanziato da Hitler. Si tratta naturalmente di uno strafalcione. Serri era palesemente presa dalla foga tipica del “dibattito” televisivo – una sua interlocutrice ha reagito, non osservando che Wagner era morto sei anni prima che Hitler nascesse, ma dicendo: “Che c’entra?”… – e si è tradita malamente. Penso che abbia impetuosamente e confusamente ricordato che c’era un problema con l’antisemitismo di Wagner e con l’uso e l’abuso che Hitler ne avrebbe fatto, e il ricordo è finito in un corto circuito. Del resto, in studio, come si dice, nessuno è sembrato turbato. I lapsus si mutano spesso in chiamate in correità.
Un ministro, Giuseppe Valditara, ministro “dell’Istruzione e del Merito”, per giunta, era in un cinema di Avellino e all’uscita ha tenuto a prendere la parola davanti ai cronisti: “Qui voglio spendere due parole, all’epoca avevo quasi 19 anni, ricordo quella foto drammatica del presidente Sergio Mattarella che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate rosse e lo tirava fuori dalla macchina”. Valditara è stato terribilmente sfortunato, per il contesto tragico in cui gli è sfuggita l’enormità. Voce dal sen fuggita più richiamar non vale, e lui, offeso a sua volta, invece di sbrigarsi a chiedere di perdonarlo e a dire le cose che ciascuno di noi dice in simili inciampi – scusate, sto rimbambendo – ha protestato contro “lo sciacallaggio” e rivendicato di aver detto in “almeno venti altre circostanze” che a uccidere Piersanti Mattarella era stata la mafia, e che il suo era un lapsus. Pretesa del tutto credibile, ma infantilmente permalosa, e incapace di cancellare l’impressione di un fantasma brigatista che si aggirasse troppo nel suo subconscio. Ho guardato, in ritardo, il video, per leggere sul viso degli astanti un’espressione di stupore, o di disappunto, o un consiglio al ministro perché si correggesse. Ho visto solo sui visi di due uomini che immagino della sua scorta passare un riflesso di allarme, forse automaticamente eccitato dal suono “Brigate rosse”.
Ora, alcune sere fa, parlando con Massimo Gramellini della questione della grazia a Nicole Minetti, Gustavo Zagrebelsky ha citato il precedente “dell’ex brigatista Bompressi”, cui il capo dello stato di allora, che era Ciampi, voleva dare la grazia. Me l’hanno segnalato in ritardo, e in ritardo ne scrivo. Se Ovidio Bompressi fosse un “ex brigatista”, lo sarei anch’io, dunque ho un fatto personale. Era un lapsus, che cosa se no. Che cosa, se no? Anche il bravo Gramellini non ha battuto ciglio.
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