Forse sarei dovuto salpare con la Flotilla

Ho scritto queste righe solo per dire che imbarcarsi alla volta platonica di Gaza non implica di affiliarsi a una peculiare posizione politica e al suo lessico. Ci si può entrare, come si entra in un corteo senza rinunciare alla propria idea

23 MAG 26
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Foto LaPresse

Raccogliere aiuti da portare a Gaza, dove di aiuti c’è un gran bisogno, un bisogno vitale, è un proposito nobile. Anche se si sia persuasi che gli aiuti raccolti saranno comunque una goccia in un oceano, e finiranno in mare. Anche se si sia consapevoli che non si riuscirà a farli arrivare a Gaza, quegli aiuti. Avranno avuto un significato forte per chi li avrà raccolti, affidati e destinati. Simbolico? Non è poco, simbolico.
(Sono così stanco di sentire la parola umanitario. Immagino un povero Terenzio: “Sono un essere umano, niente di ciò che è umanitario ritengo a me estraneo“). E quando i nemici, o gli avversari, avranno obiettato che il progetto umano degli aiuti è pretestuoso, strumentale, che se davvero fosse quello l’intento allora li si consegni a Malta, a qualche autorità preposta, sarà facile replicare che loro, gli obiettori, sono stati inerti o complici dei farabutti potenti che affamano e assetano e ammalano e mortificano la gente a Gaza. Detto questo, io non mi sarei imbarcato sostenendo di voler portare gli aiuti – cibo, medicine, giocattoli, altri beni o strumenti di sopravvivenza – a Gaza. Avrei pensato che la traversata dal nord al sud e da ovest a est del Mediterraneo che una volta tanto diventa pericolosa, benché mai quanto quella di chi la fa da migrante, dalla parte opposta, mostri che quello che è successo e continua a succedere a Gaza è intollerabile, al costo di mettere a repentaglio l’incolumità di chi non lo tollera. Avrei accettato l’eventualità di una reazione ottusa, violenta e illegale delle autorità israeliane, e anzi ci avrei puntato, e l’avrei rivendicato. E avrei anche, ancora di più, immaginato il conforto che ne avrebbe provato tanta gente a Gaza, quella che si era sentita tradita e ingannata dal mondo, e scopre di avere un pezzo di mondo dalla sua parte, a un costo più alto di quello dei cortei. Avrei dichiarato i capi di Hamas come nemici della gente di Gaza, e salutato i cittadini ebrei e arabi di Israele che sognano e si adoperano per la convivenza. Avrei detto altro che la flotta di terra, quella che è in cammino verso Gaza attraverso la Libia, è ancora più coraggiosa, temeraria e ammirevole.
Ho scritto queste righe, e le altre tante che potrebbero seguire, solo per dire che imbarcarsi alla volta platonica di Gaza non implica di affiliarsi a una peculiare posizione politica e al suo lessico. Ci si può entrare, come si entra in un corteo senza rinunciare alla propria idea, anzi per affermarla e per rafforzarla nel confronto con quelle altrui. Per dire, in sostanza, che mi sarebbe piaciuto imbarcarmi, e ho una certa invidia per chi l’ha fatto, ed è stato attento, è stata attenta, a ricordare di aver contato, sia pure con qualche incertezza, su un biglietto di andata e ritorno, e di aver pagato un prezzo infimo (bell’aggettivo) rispetto a quello pagato dalle persone per le quali l’ha fatto. Felice chi, come loro, ha fatto un bel viaggio, ed è tornato, pieno d’esperienza e di senno, a vivere fra i suoi il resto della vita!
(I suoi. Sono un essere umano, e quasi nessun essere umano ritengo non mio).