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Riflessioni sul libro di Francesca Albanese e su cosa omette
Da Gaza al 7 ottobre, dagli accordi di Oslo al dibattito sul genocidio, il libro della relatrice Onu è un racconto bello e accorato, ma segnato da assenze decisive. Non c’è Hamas, e non c’è davvero il 7 ottobre
6 GIU 26

Foto LaPresse
Parlare, scrivere, perfino tacere – forse soprattutto tacere – garantisce di essere fraintesi. E’ un pericolo così penoso da trasformarsi in un condizionamento, se non in un ricatto. Si parla, si scrive, si tace perfino, così che la preoccupazione di essere fraintesi prevalga sul proposito di esprimersi con chiarezza. Ci si muove come in certe gare di lumache, in cui ogni garzone concorrente spinge il suo campione bacchettando le corna un po’ di qua e un po’ di là. Finché un giorno se ne ha abbastanza e si decide di parlare, scrivere e perfino tacere con la ferma intenzione di essere fraintesi. Verrà, se verrà, il tempo della chiarezza, ma dovrà dipendere da un minimo di fiducia condivisa: per ora no.
La contrapposizione ha la forma della tragedia, che è lo scontro di due ragioni. Anche quella che sembra più nitidamente riconoscibile, dalle fattezze nobili e amate di Antigone e quelle odiose e hegeliane di Creonte. Le ragioni di Israele sono oggi rovinosamente compromesse dalla (provvisoria?) disparità di forza e dal soverchiante potere della sua leadership più oltranzista. Un’inversione dell’entusiasmo della carneficina è pensabile solo alla condizione di un dialogo, anche il più risentito, diffidente, doloroso, ben prima di lasciar intravvedere un’alleanza, fra le persone e le associazioni disperate e aperte dell’una e dell’altra parte. Questo non succede oggi se non in misura minima, benché ammirevole, mentre dall’una e dall’altra parte si guarda a chi riduca il volume della rabbia e dell’anatema come al nemico più infido. Il fatto è però che gli israeliani traditi e spaventati dall’abisso devono contare, ben più che sui loro difensori dichiarati, sui filopalestinesi disposti a immaginare un futuro condiviso. E così viceversa. Un segnale non può che venire da chiunque, dall’una o dall’altra parte, senta di colpo cadere il vento che gli ha gonfiato le vene di odio e di offesa. Da qualcuno che di colpo si sconfessi, e faccia scandalo di sé, aprendo una trattativa dell’impotenza. Da qualche notte dell’Innominato.
Non voglio dar l’impressione di volare ai cieli della santità. Ma nemmeno di fare appello alla necessità: si è visto che non funziona. Né sulla distruzione del pianeta, né sul pericolo della bomba, né su ciascuna delle minacciate catastrofi che l’inventiva umana moltiplica così velocemente: gli animali umani sono attirati dalla catastrofe. Penso a orizzonti ravvicinati e mediocri. Le elezioni israeliane, per esempio. C’è quasi un amaro compiacimento dei fautori della causa palestinese nel constatare che pressoché nessuna forza politica denunci chiaramente l’abuso della forza militare e repressiva contro i palestinesi di Gaza e di Cisgiordania e i libanesi. Il problema è antico: tanto peggio tanto meglio? Può essere il motto di Hamas, non dei palestinesi e tanto meno dei loro amici. I quali sono vitalmente interessati alla sconfitta di Netanyahu e dei suoi accoliti-ricattatori razzisti. I governanti israeliani non hanno fatto che alzare muri, di pietre e di parole e pensieri, bisogna scavalcarli.
Ho letto il nuovo libro di Francesca Albanese, “La luce del risveglio”, sottotitoli ambiziosi, “Dalla Palestina al mondo intero. Un manifesto di resistenza e libertà” (Rizzoli). Manifesto non è detto senza evocare il più gran precedente e la futura umanità. Sottotitoli e motti (“La Palestina è la bussola morale dei nostri tempi: può salvarsi, e insieme a lei, tutti noi”; “La Palestina è il centro morale del Ventunesimo secolo: sognarla significa scegliere l’umanità”) che, come largamente il testo, ripetono l’illusione che stare con le vittime – la gente palestinese lo è – significhi investirle di una missione di salvezza universale. Non è mai così, bisogna stare con gli aggrediti, gli umiliati, gli offesi, in Vietnam o in Ucraina o a Gaza, senza pretendere né aspettarsi che dalla loro liberazione venga la liberazione universale. Quella di cui Albanese si è fatta banditrice. Che la Palestina sia la bussola morale, come lei dice, è giusto, ed è largamente avvenuto, non solo fra i giovani delle nostre regioni. Una bussola morale. Donna vita libertà è un’altra. E così via.
Ho trovato che il libro è bello. Che ha una pregevole relazione fra partecipazione personale e racconto dei fatti. L’ho letto con un forte pregiudizio: la scena incresciosa col bravo sindaco di Reggio Emilia, l’impudenza verso Liliana Segre, mi erano bastate. Qui il deposito nella scrittura (e magari un premuroso editing) riparano dalle voci dal sen fuggite, e l’accoratezza del tono è appropriata. Mi piacerebbe ascoltarne pareri diversi, anche i più negativi, purché si impegnassero a sconfessare il racconto dell’autrice, con una competenza che manca a me. Io saprei pressoché solo segnalare quello che nel libro non c’è: non c’è Hamas. Non c’è il 7 ottobre, se non per ripetere che non fu “contro gli ebrei”, ciò che è evidentemente smentito. Ne disse altre volte cose pessime e altre per rattopparle (così al Fatto un anno fa: “Il 7 ottobre si è consumato un atto terroristico di una violenza inaudita, una minaccia e un colpo durissimo inferto da Hamas a Israele e alla sua sicurezza. Ma... il 7 ottobre non può giustificare la distruzione totale di Gaza e dei suoi abitanti”). Eppure il 7 ottobre, il rave dei giovani di là dalla recinzione ha una terribile assonanza con l’elogio affettuoso della dabke e il ricorso dello spirito della danza nel libro di Albanese. Non c’è l’attenzione e la valorizzazione della disperata generosità di non pochi dall’altra parte, e soprattutto di certi famigliari degli ostaggi – sugli ostaggi il governo Netanyahu ha definitivamente venduto l’anima al diavolo. Si dice che Gaza “non ha esercito”, e questo è palesemente falso, benché la sproporzione sia chiara. Si dice, sulla scorta della posizione recisa di Edward Said, che gli accordi di Oslo furono la più truffaldina delle imposizioni. Si denuncia il colonialismo occidentale, non quelli “orientali”, che in Siria o in Africa sono sfrenatamente fiorenti. Si dice che “Vittorio Arrigoni a Gaza è vissuto ed è morto nel 2011”, senza ripetere chi lo torturò e assassinò, ma i ragazzi che giustamente si commuovono al suo nome – “Restate umani” – immaginano per lo più che l’abbiano ucciso gli israeliani.
C’è, se non l’auspicio a cancellare l’esistenza di Israele, il desiderio che non fosse mai avvenuta, che del resto è inevitabilmente dei palestinesi. E di grandissima parte dei loro sostenitori, dal fiume al mare. Di una cosa che non si vorrebbe avvenuta si desidera nostalgicamente o rabbiosamente la cancellazione, e si risale ogni volta di nuovo più indietro, fino all’origine. Era purtroppo già diventato un’utopia, il ritorno ai confini del 1967. Ora, quanto più feroce si faceva la distruzione di Gaza e l’usurpazione di Cisgiordania, tanto più indietro si andava, a prima del 1948. E il diritto al Ritorno smetteva di avere realistiche prescrizioni parziali, diversamente risarcibili, in cambio delle pagine commoventi sulle chiavi conservate dagli eredi della Nakba. (Anche i profughi giuliani portarono via le chiavi – qualcuno, qualche pronipote, ha potuto riusarle).
Albanese ha avuto un’influenza molto forte nell’affermazione del Genocidio – “il mio tour di sensibilizzazione sul Genocidio”, dice – cui era pronta ben prima del 7 ottobre e della carneficina di Gaza. Sento l’insofferenza diffusa verso le distinzioni e le discussioni “pedanti” sulla definizione – l’insofferenza che approda naturalmente all’identificazione con la parola, mostrandone l’accezione morale, e quella giuridica, quando c’è, come un accessorio. Il genocidio sta, nel sentire comune, ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, come la tortura sta alle pene o a trattamenti inumani e degradanti. Si immagina che la vittima sia degradata senza il risarcimento del nome di genocidio, se è collettiva, di tortura, se è personale. (Oggi Albanese parla di “tortura come genocidio e genocidio come tortura”…). Me ne occupo da mezzo secolo. Per il Ruanda, ero fra quelli che invocavano il dovere degli Stati, degli Usa in primo luogo, a fermare e punire il genocidio dei tutsi, come prescrive la convenzione. (Clinton pianse lacrime di coccodrillo). Così nell’Algeria del Decennio nero 1992-2002. Intanto ero stato a un’ora da Srebrenica in quel luglio, e poi avevo seguito l’opera memorabile di Antonio Cassese per il Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia, che concluse per il genocidio. Il 7 ottobre del 2023 venivamo da mesi e mesi di manifestazioni enormi e coraggiose contro Netanyahu e per lo stato di diritto. Dopo che è venuta la risposta israeliana al massacro del 7 ottobre – avevo desiderato la rinuncia alla vendetta, la punizione mirata e dilazionata dei protagonisti – ho dubitato presto che in qualunque altra situazione che non fosse quella avrei nominato il genocidio. Sono arrivato a chiedermi se non dovessi interrogarmi a ritroso su quelli che avevo chiamato genocidi. Non avevo certo un pregiudizio antipalestinese, ce l’avevo filoisraeliano, e filoebraico. Ho continuato a tenere alla distinzione, tanto più quando il nome di genocidio diventava un feticcio, una superstizione, o una sigla di partito, e autorizzava a rivalersi su Auschwitz della ferocia su Gaza. Del resto la storia dell’orrore sacrifica alla geografia. Boualem Sansal ha conosciuto un ostracismo francese e la galera dura algerina per aver ricevuto e accettato fervidamente il riconoscimento israeliano del suo ripudio dell’islamismo e dell’islam, e la contesa è in corso col più vasto versamento di inchiostro.
Ecco, vorrei che si recensisse Albanese per quello che scrive e dice, oltre che per quello che non dice. E soprattutto che qualcuna, qualcuno, dei più duri, dei più induriti, si arrendesse di colpo, senza fare rumore – si consegnasse a chi lo vuole morto, e a quel punto non saprebbe che farsene.