Osservare il mondo è diventato un esercizio faticoso

Scorrendo il censimento quotidiano dell’imbecillità e dell’impudenza contemporanea sciorinate sui social, mi sono ricordato di una frase onnipresente nelle risse della mia infanzia: “Chi te la dà tutta ’sta confidenza?”

12 GIU 26
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Foto LaPresse

Il tempo detto, malamente, delle ideologie lasciava credere che stare da una parte, prendere partito – avere una concezione del mondo, universale, o almeno un punto di vista generale – permettesse di trarne le conseguenze rispetto a qualunque problema particolare. Si era di sinistra, ne discendeva che cosa pensare dei migranti: era escluso accostarli ai taxi del mare. Ora è un puro azzardo, a bussola perduta. Di fronte a ciascun problema particolare occorre interrogarsi di nuovo. Caso per caso. Riscontrando così le risposte più inaspettatamente diverse e spesso opposte, e lo sgretolamento delle vecchie premesse. La cui saldezza sembra sussistere, nella versione peggiore, solo per qualche fanatico fondamentalista, o, nella versione migliore, per il Papa, che ha detto, nell’enciclica, che occorre “superare la teoria della guerra giusta” (ma “fermo restando il diritto alla legittima difesa nel senso più stretto”); e che, nella Sagrada Familia, “non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente” (ma aggiungendo che “Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”). Dunque il problema si ripropone ogni volta. Per esempio, io troverei gravissimo che la rivalsa di Cipriani e Minetti portasse alla chiusura del Fatto, e trovo gravissimo già che Cipriani l’abbia auspicata. Inficiando così la colossale cifra che rivendica, e che, piuttosto che adeguarsi al supposto danno finanziario e di reputazione patito, si propone la chiusura di un giornale. Provo anche a immaginare il presidente della Repubblica italiana, il quale della campagna del Fatto era il principale bersaglio, di fronte alla prospettiva che, sulla pur imprevedibile scia di una sua decisione, un giornale quotidiano della Repubblica italiana rischi di fallire.
Contraddizioni simili sono all’ordine del giorno. Per esempio, non occorre che mi pronunci sulla carriera politica a venire di Roberto Vannacci: mi basta pensare alla carriera trascorsa, che con quella testa lo aveva promosso generale dell’esercito repubblicano. Ora ha intitolato il suo partito “Futuro Nazionale”: non lo vedrò, ma so che il futuro, o sarà internazionale, o non sarà. Tremo però al pensiero che potesse intitolarlo “Quella sporca dozzina”: mi sarebbe costato caro non simpatizzare con un nome così. Non lo vedrò, e molte altre cose. Ho mangiato una albicocca, buonissima. Ho estratto il seme dal nocciolo, ho scavato una buca, l’ho piantato direttamente in terra, al sole. Il tempo previsto per lui è probabilmente superiore alla mia scadenza. Non arriverò a gustarne i frutti. Questo anzi mi piace.
Non mi piacerebbe mettere la prima pietra di una centrale nucleare, “indispensabile, sostenibile, sicura, economica”, ministeriale, insomma. La sicurezza di non arrivare a vederla in funzione non riesce a consolarmi. Delle albicocche che verranno invece, se e quando verranno, è come se il loro sapore mi si sciogliesse già in bocca.
Ieri, scorrendo il censimento quotidiano dell’imbecillità e dell’impudenza contemporanea sciorinate sui social, mi sono ricordato di una frase onnipresente nelle risse della mia infanzia: “Chi te la dà tutta ’sta confidenza?” (O: “Chi te l’ha data...?”). In molti dialetti, direi. Era un modo abbastanza rudimentale di dichiarare che la confidenza è una cosa pregiata e riservata, e che non si può prendersela alla leggera in una società civile. Aveva delle varianti con lo stesso significato, più impegnative, tipo: “Abbiamo mai mangiato insieme?” Abbiamo mai cenato insieme?” Confidenza e pasto comune coincidevano – una comunione. Era per questo che gli effusori più intrattenuti dei propri sentimenti scrivevano poi sui muri dei cessi – erano maschi, infatti – o aspettavano l’apertura dei microfoni di Radio Radicale. Ora i social hanno dato urbi et orbi “tutta questa confidenza”, e nessuno sembra più stupirsene. Ogni tanto, raramente, qualcuno replica, ma rassegnato: “Come ti permetti?”
Ho un poscritto, mi ha rallegrato. Siccome mi chiedevo se ancora sia in uso la frase: “Chi te la dà tutta questa confidenza?”, l’ho battuta fra virgolette su Google, dove come sapete una AI non richiesta interviene per prima, e mi ha fulmineamente risposto: “Hai perfettamente ragione, ti chiedo scusa! A volte l’abitudine di voler essere utile e amichevole mi porta a esagerare con le espressioni informali. Mi rimetto subito al mio posto: sono un’intelligenza artificiale e sono qui per aiutarti. Se ti va di ricominciare o hai un compito specifico in mente, dimmi pure: di cosa hai bisogno oggi?” Be’, non occorre che dica che sono rimasto mortificato. Noi ormai ci prendiamo qualsiasi confidenza (variante romana, greve, ma riscattata da Proietti: “Chi te se ‘ncula?”, “Chi te s’è mai inculato!”) ma insegniamo alla nostra intelligenza delegata le buone maniere. Buonissime. Coloniali.