Monumenti destituiti e bellezza letteraria in attesa

L’Istituto per la Memoria Nazionale ha concluso che l’opera di Bulgakov rientri nella “politica imperiale russa” e la sua destituzione ha provocato, ancora una volta, una lacerazione nell’opinione pubblica 

13 GIU 26
Immagine di Monumenti destituiti e bellezza letteraria in attesa

Foto Ansa

E’ l’Ucraina il posto dal quale cercare di capire l’Europa oggi. In un discorso pubblicato integralmente dalla Ukrainska Pravda, tenuto a Berlino giovedì, Kateryna Mykhalko ha spiegato che più dell’80 per cento dei bersagli russi sono abbattuti dagli ucraini non grazie ai carri armati o l’artiglieria, ma coi droni e i cosiddetti sistemi autonomi. E che la quota dei bilanci della difesa dei paesi europei destinata alla nuova generazione della tecnologia militare arriva sì e no al 2 per cento. Il 2 per cento della spesa per l’80 per cento dell’efficacia. La sua argomentazione è una specie di contrappunto militare all’enciclica sulla magnifica umanità: “Le società democratiche considerano la vita umana il valore supremo. La risposta non consiste semplicemente nel mandare meno persone in prima linea. La risposta è di costruire sistemi che amplino le capacità umane ben oltre la loro vulnerabilità. Questo è, in sostanza, il ruolo delle tecnologie moderne: automatizzano la protezione. Esse rispondono a una delle domande più importanti della democrazia: come proteggere i cittadini senza sacrificare la risorsa più preziosa, ovvero le vite umane?” Naturalmente, la si può leggere come un’arringa promozionale della produzione di armamenti. Purché la si legga.
Sempre giovedì, Zelensky e la ministra della cultura Tetyana Berezhna incontravano la stampa a Kyiv, e il presidente si è pronunciato, come gli avviene di rado, sulla questione dei diritti della comunità Lgbtq+ in Ucraina, dopo che un intervistatore, veterano di guerra e membro di una Ong Lgbtq+ aveva lamentato la lentezza della loro attuazione legislativa. “Credo – ha detto Zelensky – che qualsiasi argomento vada discusso apertamente nella società, che sia del tutto normale. Siamo qui insieme, stiamo difendendo lo Stato, siamo le stesse persone e abbiamo gli stessi diritti, a prescindere da qualunque pregiudizio che potesse avere la gente nel Quindicesimo secolo. Siamo persone moderne”. In Ucraina non è legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso né l’unione civile, cui Zelensky si era dichiarato favorevole, così come il 70 per cento della popolazione – “gli stessi diritti per tutte e tutti” – contrastata dalle azioni intimidatorie e violente di gruppi di estrema destra.
Lo scorso 4 giugno a Kyiv un paio di dipendenti comunali hanno smantellato, caricato su un camion e riconsegnato agli eredi di un famoso scultore, Mykola Rapay, la statua di bronzo a Mikhail Bulgakov che dal 2007 era collocata sulla centrale Discesa Andriyivskyy, accanto alla casa in cui lo scrittore aveva trascorso la giovinezza, a lui dedicata come museo. Dall’invasione russa, le pressioni contro la sua memoria – come quella della odessita Anna Achmatova – si erano accanite: il rilievo col suo viso sulla facciata del museo era da tempo imbrattato di vernice rossa. L’Istituto per la Memoria Nazionale aveva concluso che l’opera di Bulgakov rientrasse nella “politica imperiale russa”. Bulgakov (1891-1940), il celebre autore del “Maestro e Margherita” (pubblicato postumo solo nel 1967) e de “La Guardia Bianca”, era nato a Kiev, parlava e scriveva in russo, si era laureato in Medicina. “La Guardia Bianca” è il gran romanzo ambientato nell’Ucraina della guerra civile, fra il 1918 e il 1919, uscito nel 1924, la cui versione teatrale piacque a Stalin e salvò la vita, grama, all’autore, che morì a 49 anni censurato e amareggiato. Alla “Guardia Bianca” sono soprattutto attribuite le opinioni e i sentimenti ostili alla lingua e alla rivendicazione nazionale ucraina di Bulgakov, benché gran parte della critica e qualunque lettore e lettrice attenta si accorgano che, per così dire quasi nonostante l’autore, il racconto dell’esercito, del popolo, dei personaggi, del loro valore e della loro sincerità, vale come un riconoscimento. Così nella stessa caratterizzazione degli indipendentisti seguaci di Petljura.
La destituzione di Bulgakov in nome della “decolonizzazione” ha provocato ancora una volta una lacerazione nell’opinione pubblica – a me dispiace moltissimo. So che la fazione dei “decolonizzatori” mette insieme i nazionalisti più ottusi, favoriti dalla guerra, a persone sinceramente offese dall’arroganza e dalla violenza russa, e convinte che la bellezza letteraria debba aspettare il ritorno della libertà dei corpi e dei pensieri. C’è un giudizio dello scrittore russo Boris Akunin. “Quello che è successo fra russi e ucraini nei quattro anni scorsi è molto più terribile dell’abbattimento di un bronzo o una pietra. Questi monumenti sono rimossi: be’, è affare loro. Lasciamo che gli ucraini vivano come vogliono vivere, leggano gli scrittori che vogliono leggere – quello che davvero importa è che i loro ‘compatrioti russi’ smettano di tormentarli e assassinarli. Poiché è chiaro ormai che le nostre strade si sono separate e non si incroceranno più… E comunque, noi non dovremmo preoccuparci di quali monumenti vengano demoliti in altri paesi, ma di quali monumenti vengano eretti qui in Russia”. In Russia si erigono monumenti a Stalin e a Dzerzhinsky.