Cascina Spiotta, Curcio e l’ergastolo a ottant’anni. Il processo che sopravvive agli imputati

In un'epoca dove l'ultramodernità delle vite ha superato le più rosee previsioni di longevità bisognerebbe ripensare bene all'attualità e alla legittimità delle pene, cercando di rimanere coerenti all'art. 27 della Costituzione quanto alla “rieducazione” del condannato

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:21
Immagine di Cascina Spiotta, Curcio e l’ergastolo a ottant’anni. Il processo che sopravvive agli imputati

Foto Ansa

Scrivo del processo per il rapimento di Vittorio Vallarino Gancia e la sparatoria alla Cascina Spiotta in cui morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la militante brigatista Mara Cagol, e fu gravemente ferito un tenente dei carabinieri. Successe il 5 giugno del 1975, più di 51 anni fa. Il figlio dell’appuntato D’Alfonso, Bruno, aveva ottenuto cinque anni fa la riapertura dell’inchiesta, e l’identificazione di Lauro Azzolini come il brigatista che si trovava sul posto e riuscì a fuggire. Azzolini, 83 anni, ha confermato nel processo la sua presenza e il suo ruolo nello scontro a fuoco. Con lui sono stati incriminati i cosiddetti capi storici delle Br, Renato Curcio e Mario Moretti, benché fosse provata la loro assenza dal luogo, come mandanti dell’omicidio. Che inoltre è stato perseguito come premeditato, benché avvenuto in circostanze imprevedibili e impreviste da ambedue le parti. (In Italia, a differenza che in altri paesi, la prescrizione è esclusa per i reati che prevedano la pena dell’ergastolo). L’accusa ha concluso la sua requisitoria nella Corte d’Assise di Alessandria, due settimane fa, chiedendo la condanna a 21 anni per Azzolini, riconoscendogli le attenuanti, e all’ergastolo per Curcio e Moretti; quest’ultimo è tuttora detenuto in semilibertà. Questa la sommaria premessa. La prescrizione, quando c’è, è motivata essenzialmente dalla convinzione che una distanza temporale molto ampia dal reato riduca l’interesse generale al suo perseguimento e rischi di far perseguire persone fortemente mutate, e oltretutto riduca le possibilità della difesa. Motivazioni pienamente accertate in questo caso. Ma non è di questo che voglio dire, e altri lo sapranno discutere molto meglio di me. (Bisogna aggiungere che, salvo che la corte non voglia eccedere spasmodicamente umanità e buon senso, le condanne eventuali dovrebbero prevedere la cosiddetta continuazione, ed essere assorbite dalle lunghissime pene già scontate, com’è fin d’ora sicuro per Azzolini).
Voglio dire che non riesco a credere che gli stessi accusatori non avvertano l’aspetto irreale e grottesco della causa che si trovano a sostenere. L’ho argomentato molte volte, senza il minimo successo, come avviene a chi segnali qualcosa di troppo evidente per essere vista. Cioè il rapporto fra l’antichità di leggi e pene e la ultramodernità delle vite, e precisamente della loro lunghezza, la longevità. Una pena di 30 anni ha un effetto ben diverso in un tempo in cui la durata media della vita è di 50 anni o in uno in cui sia salita a 83 anni. La condanna all’ergastolo (“ostativo”, magari) di un ventenne oggi può significare settant’anni e più di galera... Al capo opposto, Curcio ha 85 anni – ne ha scontati 25, e ha già superato la sua aspettativa di vita (anch’io la mia, siamo postumi). Moretti 80 – ne ha scontati 43. Uno ha già largamente superato la durata dei maschi italiani, l’altro vi si avvicina: l’ergastolo vorrebbe dire per Curcio, pur coi più sentiti auguri, una pena di fatto piuttosto breve, e appena meno breve per Moretti. Curcio, scarcerato nel 1998 – e già allora avendo trascorso lunghi anni con un pieno distacco dalla militanza armata – ha avuto già 28 anni in cui agire in libertà in un modo socialmente apprezzabilissimo, dunque con piena soddisfazione del proposito espresso dall’art. 27 della Costituzione quanto alla “rieducazione” del condannato. Dunque la sola ipotesi teorica di un suo ritorno in galera suona come una beffa al senso e alla lettera della Costituzione. Argomento che vale per Moretti, nonostanti le irresistibili opinioni che ne fanno un agente segreto, manipolatore, “proxy”, di se stesso – un po’ come la guerra per delega dell’Ucraina.
Quello che ho detto non fa che rafforzare “demograficamente” l’argomento moralmente invincibile dell’abolizione dell’ergastolo, che viceversa il nostro tempo vuole rincarato, come ogni castigo – come le eccezioni a oltranza alla prescrizione...
Surreale dunque, la conclusione richiesta del processo di Alessandria, salvo che approdi a una tragicommedia. Ciò che è già avvenuto, peraltro, con la scelta della pubblica accusa di ignorare la morte di Mara Cagol, che sembra a me come a chi abbia letto senza pregiudizio e con un po’ di attenzione le carte disponibili, l’omicidio di una persona ormai inerme e arresa.