Il corpo (e i pensieri) delle donne e la bara vuota di Simonne

Martedì sera ho guardato con commozione la cerimonia parigina per l’accoglienza al Panthéon di Marc Bloch e della sua sposa Simonne Vidal. Le donne lì accolte sono una infima minoranza. Sul frontone è scolpita la dedica: “Aux grands Hommes, la Patrie reconnaissante”. Ai grandi uomini. Anche questa prima o poi dovrà essere cambiata

25 GIU 26
Immagine di Il corpo (e i pensieri) delle donne e la bara vuota di Simonne

Foto LaPresse

Pensieri e corpi di donne tengono il campo - il solito campo di battaglia. Merito di uomini, avidi di oltranza e di voti, fino agli abolizionisti del femminicidio. L’altroieri si è aggiunta la voce di Elli Schlein, in un modo per me inaspettato. Ha detto, in una riunione della sua direzione - lo leggo trascritto fra virgolette: “C’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi... Sconto il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere quarant’anni. Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione”.
In un mondo più raddrizzato succederebbe di chiedersi se i quarant’anni siano troppo pochi o troppi... In un mondo appena più raddrizzato la segretaria del partito relativamente maggiore sarebbe senz’altro la candidata alla leadership dell’opposizione e dell’ambito governo, e il suo essere donna ne rafforzerebbe decisamente la posizione. Così era stato, del resto, quando Schlein concorse in modo tanto anomalo e vinse le primarie. Sarebbe istruttivo chiedersi che cosa sia successo nel frattempo per far cambiare le teste. Senza spingermi troppo in là - troppo oltre la mia suola - segnalerei che il pregiudizio su Schlein donna si camuffa volentieri da giudizio sulla sua inadeguatezza alla leadership. (Non menzionerò idee pettegole sulla bellezza, che com’è ormai provato fotteranno definitivamente il mondo).
Martedì sera ho guardato con commozione la cerimonia parigina per l’accoglienza al Panthéon di Marc Bloch e della sua sposa, e madre dei loro sei figli, Simonne Vidal. Ci sarebbe stato Carlo Ginzburg, che alle commemorazioni di Bloch ha contribuito come una persona di famiglia. Il suo è stato l’unico nome di storico che il Presidente della Repubblica francese ha fatto riguardo all’eredità di Bloch. C’erano le generazioni di discendenti di Marc e Simonne Bloch, con la nipote Suzette che ne ha custodito e promosso fervidamente la memoria. E ha curato che non venisse disturbata dai continuatori delle idee e delle persone contro le quali Bloch si era battuto, da storico, da cittadino ebreo laico - “Non rivendico mai la mia origine, salvo che in un caso: quando mi trovo di fronte a un antisemita” - da militare valoroso e volontario delle due guerre che si chiamarono mondiali, e infine da resistente e partigiano, incarcerato torturato e assassinato dalla Gestapo. Poco più di quattro mesi prima, in quel 1944, era stato torturato a morte Leone Ginzburg nel carcere di Regina Coeli.
Ci sarà occasione di riparlarne. Intanto dico che, credendo di conoscere molto di Bloch, anche e soprattutto grazie a Carlo G., ero ignorante di sua moglie Simonne. Che non era stata solo, nel senso migliore, la sua metà in tutta la loro vita comune, ma era morta in un ospedale, sotto un nome falso, anche lei ebrea, e gettata in una fossa comune, così che i suoi resti non furono ritrovati. Al Panthéon sono state solennemente portate due bare senza i corpi, lui, Marc, lasciato riposare nel cimitero comunale di Le Bourg d’Hem. Simonne era morta sola, appena quindici giorni dopo Marc, il 2 luglio: le fu almeno risparmiata la notizia della morte di lui.
Le donne accolte finora nel Panthéon sono una infima minoranza. Sul frontone è massicciamente scolpita la dedica: “Aux grands Hommes, la Patrie reconnaissante”. Ai grandi uomini. Anche questa prima o poi dovrà essere cambiata, ha detto Suzette Bloch. Succederà. Forse sarà più facile scalpellare la pietra che raddrizzare i pensieri.
Intanto, un cambiamento era avvenuto, sul vasto sagrato in cui si svolgeva la cerimonia - grandiosa, come non sarebbe da noi, che pure abbiamo il Pantheon più glorioso, ma esiteremmo a tradurre il nome e il verbo che a Parigi si pronunciano con fierezza e disinvoltura: panthéonisation, panthéoniser... Insieme ad altre musiche, e alla Marsigliese, lascito memorabile di quella rivoluzione, si è ascoltata, da Anne Sila e Vincent Delerme, una Ballade triste, coi versi composti nel 1943 da Marc Bloch per la sua Simonne: “La route parfois fut malaisée, le fardeau parfois nous fut lourd. Mais nous étions deux, ma bien-aimée...”. “Mon pauvre amour”, povero amore mio...