Stampa e regime e il diluvio a Radio radicale dopo Pannella

"Quello che avrebbe fatto Pannella" e "quello che avrebbe detto Pannella": perché un semplice cambio di conduttori dice in realtà molto di più di quanto sembra

9 LUG 26
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Foto ANSA

Conducendo Stampa e regime, ieri Flavia Fratello ha citato l’ottimo Aliprandi sul Dubbio, poi ha dichiarato che sul carcere non c’era altro: c’era sul Foglio un mio ennesimo pezzo sul carcere, e un altro del più brillante Guido Vitiello. Questa distrazione mi libera dal sospetto di una captatio benevolentiae: un paio di giorni prima avevo letto un post di Flavia F. su Facebook, con l’invitante titolo “Saluti e baci”, dal quale si apprendeva che Stampa e regime non avrebbe avuto più i quattro conduttori (più eventuali supplenti) che finora vi si alternavano, per lasciare il posto al solo Alessandro Barbano. Un ascoltatore ancora piuttosto attento come me era rimasto interdetto. Come mai non l’avevo saputo dalla radio? Stampa e regime è, com’è noto, dalle origini (Lino Jannuzzi e Marco Taradash) e trionfalmente da Massimo Bordin, che segnò un’epoca, la bandiera della radio. Dopo il 2019 ha tirato avanti, con qualche inspiegato incidente – un conduttore tagliato forse per altre imprese, che ha fatto il vuoto nelle sue settimane – fino a una combinazione di voci memorabili, Carlo Romeo, vivaci, Flavia F., e via via più sicure e autorevoli, Roberta Jannuzzi. Barbano, che fu già fra i conduttori ed è giornalista e persona stimabile, monopolizzando (da settembre, se capisco) la rubrica, porterebbe alla radio il bene di “sponsorizzazioni” non definite – e il cielo non le voglia allarmanti. Questo trambusto è stato comunicato da Maurizio Turco, che è segretario del partito ed editore della radio, nella domenicale Conversazione settimanale, che riprende placidamente i celebri corpo a corpo tra Pannella e Bordin. Non la ascolto, per ragioni di orario e un po’ anche perché avrei preferito che si lasciasse vuota quella rubrica, come si fa quando si ritira un numero di maglia, il 10 al Napoli di Maradona. Non importa, è più singolare che una decisione giornalistica così influente sia comunicata dall’editore e non dalla direttrice o comunque dalla redazione. Mi sembra di capire che Turco abbia alluso al proposito di un cambiamento anche per i fine settimana, assegnati finora a Taradash e a Marco Cappato.
I vecchi come me non possono pretendere che il mondo somigli alle loro abitudini, e d’altra parte si guardano dall’interferire col lavoro altrui, oltretutto per la preoccupazione di nuocere alla famosa durata di un’impresa sempre minacciata di chiusura e dipendente dai capricci del bilancio. D’altra parte quello che è andato accadendo nei dieci anni dalla morte di Marco Pannella è esattamente quello che aveva meticolosamente predisposto dopo di lui: il diluvio. Che del partito radicale transnazionale transpartito eccetera non restasse pietra su pietra, e che i resti, componenti della galassia o singole persone, seguissero ciascuno una propria deriva. Chi pensi che Marco non avesse previsto questo, dovrebbe dichiarare che era scemo. In realtà, non aveva nessuna voglia di divorare i suoi figli, sapeva che figli nipoti e altri pretendenti alla rinfusa l’avrebbero divorato, a pezzi, come il capitan della compagnia. L’esperienza recente dei muri romani cui appendere a gara le lapidi commemorative è stata toccante: quasi come nella famiglia Agnelli, e senza l’incentivo finanziario.
Questo vale per ogni circostanza che mimi “quello che avrebbe fatto Pannella”. Per esempio, andare con tutte e tutti, come una brava puttana o un bravo prete. Il partito radicale proprietario, per eredità, della lista e del marchio, è andato a fin di bene con Salvini sulle galere, con Forza Italia un po’ su tutto e, in prospettiva, alle prossime elezioni: non è la stessa cosa, ha solo imparato a zoppicare. E così per la pretesa di mimare “quello che avrebbe detto Pannella”. Del quale non è chi non ricordi quale trasporto sentisse per Israele, ma nessuno, nessuna, può dire che cosa avrebbe sentito in cuore, e detto, di Gaza. E da Radio radicale, ben più che da un giornale, bisognava aspettarsi che avesse pure, nella sua direzione, un proprio orientamento, non che si affidasse senza riserve a una vera propaganda per Netanyahu e confinasse nell’irrilevanza l’informazione sulla tragedia palestinese e sull’opposizione israeliana e della diaspora.
Mi scuso, ci si comporta maleducatamente con certe abitudini: “il mio giornale”, “la mia radio”… Sono roba d’altri, e non bisogna desiderarla troppo. Flavia F., per esempio, una voce in capitolo – voce spiritosa, zampillante – ce l’ha, come chi lavori a qualunque cosa. Ha scritto: “Si tratta di una decisione del tutto legittima ma che ovviamente non ho condiviso e che ritengo impoverirà l’offerta informativa della radio”. Poi sta conducendo i suoi due ultimi giorni, se non fraintendo. Avrebbe potuto rifiutarli, per marcare il suo dissenso? Ha fatto come il Belgio, si è giocata la partita, però non poteva contare su un 4 a 1. Nemmeno su un pareggio? Trovo, non me ne vorrà Turco, che una dose di democrazia, quella che in una radio tiene conto di opinioni e sentimenti degli ascoltatori (e di redattrici e redattori e lavoratori, dei quali non so), ridurrebbe i danni. Non sentire più i giornali, italiani e stranieri, commentati da Roberta Jannuzzi, che non ha solo migliorato la sua preparazione, ma è anche diventata un po’ più antipatica, l’ideale, è un gran peccato. E, ultimo non ultimo, un abbraccio al mio amico Carlo Romeo, gran memorialista, orale e scritto.