Mangiare in un mondo perduto

Conosco bene il mondo della ristorazione, almeno da San Benedetto del Tronto a Santa Maria di Leuca, ma da nessuna parte si mangia come da Sextantio Cucina di Santo Stefano di Sessanio

5 GIU 26
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Foto di Camillo Langone

È il miglior ristorante del Regno di Napoli, Sextantio Cucina di Santo Stefano di Sessanio. Li conosco tutti? No, ma poco mi sfugge fra San Benedetto del Tronto e Santa Maria di Leuca, dominio della trimurti turistica: paccheri, tonno (con miso se il ristorante è stellato o aspirante tale), tiramisù. Amarissimo Adriatico. Volto dunque le spalle al mare e salgo ai 1.251 metri del paese-presepe resuscitato dal profeta dell’albergo diffuso, Daniele Kihlgren. Grazie a Sextantio ho esultato nove volte. Quando dopo l’ultima curva mi è apparso l’abitato, visione di un mondo perduto, abruzzese Shangri-La. Quando dopo essermi perso nei vicoli sono finalmente entrato per una porticina quasi segreta in una sala magica, tutta pietra e legno, illuminata da candele. Quando ho visto e toccato la brocca e il bicchiere dell’acqua, ceramiche di un artigiano di Castelli. Quando la cameriera ha portato il menù identico a un libro dannunziano. Quando ho sorbito il brodo di verza affumicata. Quando ho masticato le lenticchie (legume antico, consistenza nuova). Quando ho mangiato la tagliatella col ragù di pecora. Quando ho addentato la pecora arrostita con le sue interiora (tanta pecora in carta: è terra di transumanza). Quando ho assaporato la pizza dolce. Sul menù è scritto: “Territorio Memoria Ricerca”. Tutto vero e tutto ad altissima quota.