I numeri dietro lo scontro Trump-Meloni

Surplus commerciale record verso gli Stati Uniti, investimenti nella difesa giudicati insufficienti da Washington: gli interessi economici e strategici erano destinati a prevalere sulle affinità ideologiche della premier e del presidente americano. E il vertice Nato rischia di accentuare le tensioni

22 GIU 26
Immagine di I numeri dietro lo scontro Trump-Meloni

ANSA

In molti si stupiscono dello scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump. In realtà avrebbe dovuto sorprendere il contrario: che siano andati d’accordo così a lungo. Per mesi Meloni è stata, insieme a Viktor Orbán, una delle poche leader europee a godere della stima del presidente americano. Era un’illusione. Non perché mancasse la sintonia ideologica. Ma perché i rapporti tra stati finiscono quasi sempre per essere determinati dagli interessi economici e strategici più che dalle affinità personali. E se si osservano i numeri, Italia e Stati Uniti erano destinati a entrare in collisione.
Prima di tutto, il commercio. L’Italia è infatti uno dei paesi che presentano i maggiori squilibri commerciali nei confronti degli Stati Uniti. Nel 2025 il surplus commerciale italiano ha raggiunto circa 34 miliardi di euro, il terzo più elevato in Ue dopo Germania e Irlanda. Per un presidente come Trump, che da quarant’anni interpreta i deficit commerciali americani come una forma di sfruttamento economico da parte dei partner stranieri, era difficile immaginare che l’Italia potesse restare a lungo fuori dal mirino.
La logica trumpiana è nota e non è cambiata dai tempi del primo mandato. Se un paese vende agli Stati Uniti più di quanto acquisti, significa che qualcosa nel rapporto economico non funziona. Non importa particolarmente che il surplus italiano sia composto da beni ad alto valore aggiunto – macchinari industriali, farmaceutica, agroalimentare, lusso – o che molte imprese americane traggano beneficio da questa integrazione economica. Nella visione della Casa Bianca il saldo commerciale resta un indicatore politico prima ancora che economico. Trump stesso ha più volte descritto i paesi che hanno un surplus commerciale con gli Usa come “truffatori”.
Ma il commercio è soltanto metà della storia. L’altra metà riguarda la difesa. L’Italia è tra i paesi che spendono meno per la propria sicurezza. Secondo le statistiche Nato, Roma nel 2025 si è fermata al 2,01 per cento del pil di spesa per la difesa. Con anni di ritardo, ha centrato l’obiettivo concordato nel 2014 dall’Alleanza atlantica. Ma lo ha fatto grazie a un riconteggio di spese già a bilancio: “forze e ambiti a cui è stato dato un focus più militare” – per dirla con le parole del ministro Crosetto – come Guardia Costiera e Guardia di Finanza. Senza cioè aumentare gli investimenti per la nostra difesa convenzionale, come ci chiedono insistentemente gli americani. Se non prendiamo in considerazione questa mossa contabile, il nostro paese dall’invasione russa dell’Ucraina, al netto dell’inflazione, ha incrementato il budget militare di circa il 10 per cento. La Francia del 14 per cento, la Germania di ben il 69 per cento. La Spagna di Pedro Sánchez, schierata contro il nuovo obiettivo Nato del 5 per cento entro il 2035 – e per questo è stata attaccata da Trump – addirittura del 125 per cento.
Dal punto di vista americano, la combinazione è quasi perfetta per generare irritazione. Un alleato che accumula un enorme surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti e che allo stesso tempo investe relativamente poco nella propria difesa finisce inevitabilmente per apparire come un beneficiario dell’ordine internazionale garantito da Washington più che come un contributore. E’ una critica che molti governi italiani hanno sempre respinto. Non senza argomenti. L’Italia partecipa alle missioni Nato, ospita basi militari strategiche per gli Stati Uniti e rappresenta uno dei principali pilastri logistici americani nel Mediterraneo. Ma il dibattito politico americano si è progressivamente spostato su indicatori molto più semplici: saldo commerciale e spesa militare. Due classifiche nelle quali Roma non brilla.
Questo squilibrio difficilmente resterà confinato alle statistiche. Il 7 e 8 luglio, ad Ankara, i leader Nato torneranno a riunirsi per il vertice annuale. E l’Italia si presenterà con numeri che difficilmente entusiasmeranno la Casa Bianca. Trump potrebbe tornare a usarla come esempio di quel che non funziona nel rapporto tra America ed Europa. Del resto il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha già dettato la linea alla ministeriale del 18 giugno: chi non si assumerà una quota maggiore dei costi della propria sicurezza non dovrà stupirsi se Washington ridurrà il proprio impegno.
Il vero errore italiano è stato credere che la vicinanza politica potesse neutralizzare questi interessi divergenti. La storia delle relazioni internazionali suggerisce il contrario. Gli Stati Uniti possono avere amici, partner o governi ideologicamente affini. Ma quando si parla di commercio, deficit e sicurezza nazionale, tendono a guardare soprattutto ai numeri. E i numeri italiani raccontavano da tempo una storia destinata a finire male.