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Un grazie agli editori •
Munari, catalogo di tesori di un gigante del Novecento
La libreria antiquaria Pontremoli pubblica un’abbagliante raccolta di oltre 1.000 titoli firmati da quel genio che è stato assieme un grafico, uno scrittore, un designer, un pittore e un autore di libri d’artista
13 GIU 26

Foto Ansa
Cari lettori del Foglio, ho esitato a lungo prima di decidere di farvi l’esaltazione di questo recente e immane catalogo dal titolo Munari tutto di carta, attentissimamente curato da Giacomo Coronelli per conto della libreria antiquaria milanese Pontremoli, catalogo i cui libri sono in mostra/vendita nella stessa libreria. E’ un’abbagliante raccolta nientemeno di oltre 1.000 titoli firmati da un gigante del Novecento italiano (morto novantenne nel 1998), da quel Bruno Munari che era stato assieme un grafico, uno scrittore, un designer, un pittore, un autore di libri d’artista e ne sto dimenticando.
Credo che il pubblico dei lettori italiani si divida in due schiere, l’una i tanti che non conoscono un autore talmente prelibato, l’altra i molti che si autoesaltano ogni volta che si imbattono in un’opera di Munari. Io appartengo spasmodicamente alla seconda tribù, tanto che al momento in cui ho deciso che s’era conclusa la mia esperienza di collezionista di libri italiani del Novecento in prima edizione e dunque li ho venduti, non uno dei libri di Munari riposti sulle mensole della mia biblioteca ne è stato rimosso. Non uno. Semmai devo esser grato agli editori di Mantova, i Corraini, i quali almeno trent’anni fa seppero puntare i loro fari editoriali sull’opera di Munari e rimetterne in circolazione non pochi capolavori. Su cui via via mi avventai. Mai durante gli anni universitari avevo sentito pronunciare da un qualche professore il nome sacro di un artista che è forse riduttivo definire “futurista” come mi pare faccia la copertina del catalogo di cui vi sto parlando. Munari fu certamente futurista e autore di mirabilie editoriali che vanno sotto il segno del futurismo. E non poteva non esserlo nel momento in cui il movimento creato da Filippo Tommaso Marinetti stava sconvolgendo le fondamenta del fare artistico in Italia, ma fu contemporaneamente cento altre cose e purché fossero cose mai fatte prima. E non che ci fosse qualcuno a dirgli di fare così o cosà sull’una o sull’altra delle riviste d’avanguardia cui era chiamato a collaborare, era lui che decideva di fare così o cosà. Munari Munari Munari.
Purtroppo non è facile raccontarvi i mille prodigi muraniani contenuti nel catalogo in modo che voi possiate fruirne con gli occhi e quasi toccarli con le mani. Il pezzo che sta in cima a questa piramide della bellezza moderna è comunque un pezzo che fa parte della bibliografia futurista ovvero L’anguria lirica del 1934, edito in 101 copie di latta cromolitografata a colori che assieme a quella di Munari portano la firma di Tullio D’Albisola, libro che viene offerto a 65 mila euro e che li merita tutti. Tutti a loro modo leggendari sono i “libri illeggibili” in poche e rarissime copie, gli inviti della Libreria Salto ad alcune mostre dell’Arte concreta nell’immediato secondo dopoguerra, i libri che nacquero dalla collaborazione tra Munari e la casa editrice Einaudi, le copertine dei libri di Gianni Rodari (mio amico e collega al Paese Sera di mezzo secolo fa), i non-libri che fungono da omaggio al gatto Meo e alla scimmia Zizi, i “libri illeggibili” della seconda tornata, quella più recente dovuta all’incontro tra Munari e gli editori Corraini, o magari libri di sgargiante originalità quali Il dizionario dei gesti italiani oppure Le forchette di Munari.
Beninteso, ve l’avevo detto che Munari è tante cose. Cruciale fu per lui la collaborazione con la Olivetti, per la quale progettò un servizio da scrittoio che è il più bello al mondo nella sua icastica semplicità. Io ne avevo già due esemplari. Ma non ho saputo resistere quando ne ho visto un esemplare avvolto nella sua confezione di origine dove spicca la dizione Olivetti. Ma non vi avevo detto che avevo finito di collezionare? Ve lo avevo detto, ma a tutto c’è un’eccezione. Quando l’ho visto quella confezione, e ho pensato alla sala del milanese Centro Danese – un tempio della storia del design italiano – dove di certo aveva fatto mostra di sé, non ho saputo resistere e l’ho comprata. Del resto quando mai ho saputo resistere all’acquisto di qualcosa che portava la firma di Munari? E’ un morbo da cui non si guarisce.