Anche la vacanza sa di poco in quest’epoca in cui sembra di aspettare il nulla

Il mio lavoro oggi è più indefinito di quanto fosse un tempo e perciò il riposo da quel lavoro è meno liberatorio e meno efficace di quanto fosse allora

Immagine di Anche la vacanza sa di poco in quest’epoca in cui sembra di aspettare il nulla

Foto Olycom

Come tanti di voi, ho appena trascorso alcuni giorni di vacanza. Solo che non ne ho goduto come avveniva un tempo lontano, quando avevo venti o trent’anni di meno di quanti ne abbia oggi. C’è che il mio lavoro oggi è più indefinito di quanto fosse un tempo e perciò il riposo da quel lavoro è meno liberatorio e meno efficace di quanto fosse allora.
Tutto del tempo presente è più indefinito di quanto lo fosse nell’Italia di trent’anni fa. Per quel che è delle vacanze ti sembra non di star riposandoti da qualcosa che era assieme severa e importante, ovvero il lavoro che ti eri dato e nel quale buttavi tutto di te stesso, solo ti sembra di non star facendo nulla. Più ancora, di aspettare il nulla.
A me il lavoro di un tempo nei giornali o a mezzo dei libri che scrivevo piaceva molto. Per quel che è dei libri per almeno vent’anni ne ho scritto uno all’anno, ed era il gran lavoro della mia vita, quello che le dava un significato e uno spessore. Oggi mi è chiaro che di libri non ne scriverò più alcuno perché non ho più nulla da dire in questo gran garbuglio che è diventata la società italiana, e da quanto è divenuto inefficace l’armamentario di cui un po’ tutti ci serviamo per raccontarla e interpretarla. Quando trenta e passa anni fa prendevo i miei giorni annuali di vacanza, sapevo che sarei poi tornato a una cosa che per me aveva un gran valore, dire e raccontare che cosa stavamo diventando noi italiani dopo le due guerre mondiali e l’atroce guerra civile del dopoguerra. Sì, quello era un lavoro che per me contava molto: cercare di capire, di prevedere, di ragionare in modo che il domani del nostro paese fosse migliore. Non ci passava neppure per la testa che a diventare un personaggio rinomato diventasse uno alla maniera di un Vannacci, che giorno per giorno aumentassero gli italiani che lo tengono in gran conto, che le questioni più importanti del nostro paese diventassero quelle che si urlano contro gli uomini e le donne che appaiono sullo schermo televisivo nell’una o nell’altra trasmissione di attualità politica. Valeva la pena, sì, valeva la pena, mettere a fuoco gli argomenti e i criteri che permettessero all’Italia postbellica di crescere sotto ogni suo aspetto. Senza dire che era un tempo che ti poteva capitare di vedere attorno a te qualcuno che sfogliasse un libro o un giornale. Quando prendevo un treno, il vagone in cui mi trovavo era gonfio di copie di Panorama, il settimanale diretto da Lamberto Sechi che vendeva quattrocentomila copie a botta, e non come oggi, che le edicole attorno a casa mia stanno chiudendo una dopo l’altra e che mai qualcuno che ti è vicino o che conosci pronunzia il titolo di un libro come di qualcosa che vale la pena. No, no. Vale la pena che quello o quell’altro personaggio televisivo la spari grossa o che addirittura diventi una questione primaria quel che si sono detti mentre chiacchieravano tra loro a bassa voce i candidati a un premio letterario. E che riguardava nientemeno il fatto che una donna brutta sia anche arrogante e aggressiva quando scrive un libro o quando ragiona in pubblico. Un argomento che un tempo nemmeno a colpi di martello sarebbe entrato nella testa di qualcuno di noi. Delle donne ammiravamo quel che erano e quel che scrivevano. Furono le donne coi loro interventi a far dirottare l’esito di un congresso di Lotta continua, il più agguerrito dei gruppi di estrema sinistra dell’epoca. Purtroppo, belle o brutte che fossero, furono egualmente le donne a diventare talora assassine e uccidere a colpi di pistola giornalisti e magistrati. Di epoche innocenti non ne esistono.