L’altra Russia di Carrère

Nell'ultimo romanzo, lo scrittore francese esplora la storia della sua famiglia ma racconta anche un paese e i suoi lati meno conosciuti, misteriosi e a lungo dimenticati. Fino al tramonto dell'Unione Sovietica e all'ascesa di Vladimir Putin
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Foto ANSA

Nato a Parigi nel dicembre 1957, scrittore in lingua francese dei maggiori di questi ultimi anni, Emmanuel Carrère è come se la Russia ce l’avesse nel sangue. A cominciare dal fatto che fossero russi e più precisamente georgiani i suoi nonni, e che fosse russo-tedesca – oltre che moglie di un georgiano – la sua celeberrima madre, Hélène Carrère d’Encausse, segretaria perpetua dell’Accadémie française morta nel 2023 e che sulla Russia ha scritto un gruzzolo di libri uno più importante dell’altro.
Nulla di strano che il titolo di questo ultimo e magnifico romanzo di Emmanuel Carrère, dal titolo Kolkhoze in francese e Kolkhoz nell’edizione italiana, attenga a una situazione che era un tempo tipicamente russa, e cioè che i membri di una famiglia “facessero kolkhoz”, ovvero dormissero tutti nello stesso letto. Quanto all’atteggiamento intellettuale della madre, Carrère si mostra soddisfatto che lei, seppur molto legata alle istituzioni culturali sovietiche, nelle sue lettere mai avesse accennato alla morte di Stalin (evidentemente lo riteneva un criminale punto e basta). E in fatto di comunisti russi criminali, Carrère cita il georgiano Lavrentij Berija, il capo della polizia politica staliniana, uno che di russi innocenti ne fece ammazzare quanti più poté e finché nel 1953 non venne il suo turno di essere assassinato.
Ho definito “romanzo” quest’ultimo libro di Carrère, ma è una definizione riduttiva che non dà l’idea della sua ricchezza. Nel libro c’è l’autobiografia di Carrère, in particolare il suo rapporto con la madre (alla cui morte lui assiste da vicino, e sono le pagine più laceranti del libro), ma sopratutto c’è il sentore di una Russia che esisteva prima dell’avvento dei bolscevichi e che venne da loro via via cancellata. E’ proprio questo il dato più avvincente del libro, di solito trascurato da quanti di noi scrivono e ragionano della Russia staliniana col coltello fra i denti da quanto la odiamo. E’ come se la gran parte di noi non riuscisse a vederla l’altra Russia, quella nascosta dal velo degli orrori staliniani, quella in cui si erano aggirati e avevano scritto autori come Dostoevskij, Tolstoj, Cechov – e potrei continuare a lungo.
Direte che la Russia di oggi non ha niente a che vedere con la Russia staliniana, che il Putin che comanda oggi ha niente a che vedere con tipi quali Lavrentij Berija – solo un cretino potrebbe pensare il contrario –, e difatti è su Putin che Carrère scrive poche ma densissime pagine. Eccellenti erano stati i rapporti tra sua madre e i due precedenti presidenti dell’Urss, Michail Gorbaciov e Boris Eltsin, che uno dopo l’altro avevano “aperto” il sistema politico sovietico e che avevano covato Vladimir Vladimirovic Putin, convinti che avrebbe proseguito la loro opera riformatrice. Nel marzo 2000, poco dopo l’elezione di Putin a nuovo presidente dell’Urss, la madre di Carrère si presentò a porgergli i suoi saluti e i suoi auguri. Con quel suo sorriso di gatto che si accinge a mangiare il topo –  lo scrive Carrère – Putin le disse che loro due si erano già incontrati in passato. Non aveva importanza che lei non lo ricordasse, aggiunse, ricordare tutto era parte essenziale del suo mestiere.
Quando Putin accede al potere tutto è già cambiato, e non certo secondo le sciocchezzuole teoriche elaborate dal marxismo-leninismo. Il partito comunista apparentemente al potere s’era liquefatto e al suo posto teneva banco una lotta accanita fra bande di affaristi contro i quali si pronunziava un giovane e carismatico avvocato di nome Alexei Navalny. Di queste bande quella capeggiata da Putin si sarebbe rivelata la più forte: Carrère avanza l’ipotesi che Putin sia l’uomo più ricco del mondo. Lasciamogli la parola “Mia madre e io pensavamo che Putin fosse un mafioso ma che la cupidigia fosse qualcosa di razionale [...] Non avevamo compreso che quando lui ha dichiarato che la caduta dell’Impero sovietico era ‘la più grande catastrofe del XX secolo’ non è che scherzasse: era assolutamente deciso a porvi rimedio”.