Contro i delatori della pandemia
La giustizia non può essere innescata dallo stordimento o dal senso di una perdita. La giustizia è di organi imparziali che devono saper calcolare bene le circostanze di un’emergenza inaudita. Perché vendicare il dolore sui medici è una mascalzonata

(foto LaPresse)
Il medico o l’infermiere che ha fatto il possibile per i cittadini coinvolti nella pandemia e lo ha fatto nella sorpresa dell’imprevisto, con mezzi non sempre adeguati, finendo per diventare un eroe, quantomeno uno che non sfugge alle proprie responsabilità, che ci prova e rischia, ecco, quello stesso medico in certi casi, numerosi, ora si ritrova al centro di sospetti, liti giudiziarie, delegittimazioni professionali e deontologiche. Una bella lettera amara del giro di infermieri e medici dell’Ospedale San Matteo di Pavia, sezione del pronto soccorso, espone questa situazione con il tono deluso di chi sa che la riconoscenza non è di questo mondo, ma ci sono dei limiti.
Alla necessità di fare giustizia, eventualmente risarcire un torto commesso per dolo o negligenza, non è estraneo il mondo della sanità. Questo è appena ovvio. Ma bisogna fare molta attenzione. La giustizia non è delle vittime, non può essere innescata dallo stordimento, dalla paura, dal senso di una perdita né dall’idea che si è intitolati a procedure di sicura salvezza nel campo della salute, la giustizia è di organi imparziali che devono saper calcolare bene le circostanze di un’emergenza inaudita, roba diffusa in tutto il mondo, senza eccezioni con effetti di caos e di abnegazione, non sempre coronata da successo.
La giustizia delle vittime è spesso innescata in modo vendicativo, con un profilo ideologico, militante, aggressivo, al quale si mescola la grande campagna in corso sui whistleblower, cioè sui delatori dall’interno e dall’esterno del sistema amministrativo o professionale, colpito molto spesso senza criterio oggettivo e ritegno etico. La denuncia è encomiabile quando serve a riformare storture di sistema e a castigare con un giusto processo comportamenti illegali o di grave trascuratezza. Nessuno può scagliare la prima pietra e nessuno deve essere lapidato, eppure questa è proprio la logica di certa delazione privata, vendicativa e collettiva, che si sviluppa sempre in un caos diffuso di risentimenti e motivazioni improprie.
La spia può essere crudele e pericolosa, agisce però nella media professionale con un tratto umano e politico orientato a un interesse superiore di sicurezza di stati, nazioni e popoli. La ragione di stato ha le sue regole e i suoi limiti, non è un magma incandescente di sentimenti di rivalsa capace di travolgere l’oggettività dei fatti in nome della posizione soggettiva, del profilo della vittima che chiede una sanzione e esige oltre ogni cosa di trovare comunque un colpevole. La caccia al colpevole, quando un virus sconosciuto ha fatto il salto di specie, si è infiltrato nel vivente umano, ha generato una catena casuale ma consequenziale di dolore e di sofferenza luttuosa, ha qualcosa di grottesco. Che ne siano oggetto, a stretto giro di posta dopo l’incensamento e la divinizzazione, quei cittadini e professionisti in camice ai quali è stato chiesto di costruire un argine, di difendere la vita e la salute, a prezzo di notevoli sacrifici personali, in un contesto di solidarietà attiva osservato da tutti nei mesi del picco, questa è una cosa totalmente fuori misura, non un fare giustizia ma l’ennesimo tentativo di ottenere un repulisti, di fare piazza pulita con metodi che non hanno niente a che vedere con il sereno accertamento di errori e negligenze. Insomma, una mascalzonata.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
