Scienza
Cattivi Scienziati •
Gli assurdi funambolismi verbali dei sostenitori della riforma della caccia
Nel difendere l'abominevole ddl, il senatore Bartolomeo Amidei sostiene che sia necessario “difendere e qualificare la figura del cacciatore” e chiama in causa l'articolo 9 della Costituzione. La realtà è passata da tragedia in farsa

Una battuta di caccia in Bassa Sassonia (Philipp Schulze/picture alliance via Getty Images)
Ho già scritto dell’abominevole ddl di riforma della caccia e dei problemi connessi a quel testo. Ho cercato di mantenermi serio, ma, come sempre, la realtà passa da tragedia in farsa, e viceversa, con molta più frequenza di quanto si possa sospettare. Così, il 17 giugno 2026 abbiamo dovuto sentire in aula le seguenti parole pronunciate dal senatore Bartolomeo Amidei, quello che voleva a suo tempo aprire la caccia ai sedicenni:
“Dopo 34 anni era giusto porre mano alla legge sulla caccia. Una normativa che segna un equilibrio tra natura e attività dell’uomo. Si è cercato di trovare, infatti, la situazione migliore per difendere la tutela dell’ambiente e la biodiversità. La caccia è un’attività antichissima ed è giusto, una volta per tutte, difendere e qualificare la figura del cacciatore. La legge identifica le specie protette da difendere, nonostante si voglia continuamente dipingere le attività venatorie come predatorie, nella realtà avviene esattamente il contrario, dimenticando a volte che chi svolge l’attività venatoria ha un ruolo importante anche nella tutela della biodiversità. Interveniamo anche in nome delle nuove generazioni e per quanto prevede l’art 9 della nostra Costituzione, pertanto in diritto e dovere di dire ai nostri giovani di stare tranquilli: il patrimonio faunistico sarà tutelato nell’interesse di tutti”.
Con questo intervento, in pochi secondi si riesce a comprendere appieno l’intera operazione retorica della maggioranza sul ddl caccia: prendere una legge che allarga gli spazi dell’attività venatoria, depotenzia i presìdi tecnici e concede molto al mondo dei cacciatori, poi avvolgerla in parole come “ambiente”, “biodiversità”, “nuove generazioni” e “articolo 9 della Costituzione”. Alla fine, dovrebbe sembrare una legge per la tutela della fauna e dell’ecosistema. Curiosamente, a festeggiare sono soprattutto quelli che agli animali sparano.
Ma vediamo nel dettaglio.
La formula iniziale è già un programma: dopo 34 anni, dice Amidei, era giusto “porre mano” alla legge sulla caccia. Dipende dalla mano. Una mano pubblica, guidata da dati scientifici e non dai desiderata del mondo venatorio, avrebbe rafforzato Ispra, monitoraggio, controlli, tracciabilità dei richiami vivi, protezione delle fasi riproduttive e migratorie, contrasto al bracconaggio, tutela degli habitat. Qui la mano sembra piuttosto quella di chi ha preso l’elenco delle richieste dei cacciatori e degli armieri e lo ha trasformato in articolato parlamentare. La caccia viene presentata come “attività antichissima” e quindi, si intende, meritevole di tutela. Argomento curioso, perché l’antichità di una pratica dice pochissimo sulla sua legittimità attuale. Anche l’assenza di fognature è antichissima, ma nessuno la inserisce nell’articolo 9 della Costituzione. Il diritto moderno serve appunto a distinguere ciò che può sopravvivere come pratica regolata da ciò che deve essere limitato quando entra in conflitto con beni comuni, sicurezza, ambiente e sensibilità collettiva. Oppure, senatore, vuole andarsi a stabilire nelle antichissime dimore dei nostri progenitori, le caverne, per tornare a quell’antichissima pratica di vestirsi di pelli e alle altrettanto antichissime consuetudini che ci consentivano di arrivare a stento a trenta anni di vita? Tutto antichissimo, eh, senatore. Ma fossi in lei lascerei perdere questo criterio.
Poi arriva il passaggio più comico, quello sulla necessità di “difendere e qualificare la figura del cacciatore”. Qui almeno la sincerità filtra. Il problema della legge, nella versione Amidei, sembra diventare il disagio reputazionale del cacciatore, categoria evidentemente bisognosa di riabilitazione solenne nell’aula del Senato. La fauna selvatica, secondo la legge vigente, è patrimonio indisponibile dello Stato e meritevole di tutela. Invece, apprendiamo, è il povero bistrattato cacciatore che andrebbe protetto. Robe da matti.
Poteva poi mancare l’artificio retorico del rovesciamento dei termini? Qui il capolavoro arriva con la frase secondo cui le attività venatorie sarebbero continuamente dipinte come predatorie, mentre “nella realtà avviene esattamente il contrario”. La lingua italiana e la logica chiedono asilo politico. La caccia consiste nel cercare, inseguire e abbattere animali selvatici. Chiamarla attività predatoria non è propaganda animalista; è una descrizione esatta dell’impatto che essa ha e della dinamica preda-predatore che comporta. Sostenere che avvenga “esattamente il contrario” richiederebbe una nuova fisica del fucile, nella quale lo sparo resuscitasse il fagiano e il pallino di piombo migliorasse l’ecosistema.
L’uso dell’articolo 9 della Costituzione è ancora più sfacciato. Quella norma tutela ambiente, biodiversità, ecosistemi e animali anche nell’interesse delle future generazioni. Amidei lo cita per sostenere una riforma che amplia il perimetro politico della caccia e riduce la centralità del controllo tecnico-scientifico. È una forma di ventriloquismo costituzionale: si prende una norma nata per rafforzare la tutela dell’ambiente e la si fa parlare con l’accento delle doppiette.
Anche la chiusura paternalistica sui giovani merita una menzione speciale: “Abbiamo il diritto e dovere di dire ai nostri giovani di stare tranquilli: il patrimonio faunistico sarà tutelato nell’interesse di tutti”. I giovani possono stare tranquilli, dunque, perché il Parlamento consegna più spazio normativo a una minoranza armata che pesa circa l’uno per cento della popolazione. Una rassicurazione davvero moderna: biodiversità garantita per legge da chi chiede più caccia, più deroghe, più ruolo politico e più riconoscimento pubblico, il tutto per soddisfare una propria passione privata nel togliere la vita con un fucile.
Io non dico che non esistano problemi di gestione della fauna selvatica, in un mondo antropizzato e a forte pressione come quello in cui viviamo, problemi spesso causati proprio da coloro che vorrebbero risolverli – come i cacciatori e le loro reintroduzioni a scopo venatorio di cinghiale e altre specie. Però, per la miseria, almeno vorrei evitare di essere preso in giro dai funambolismi verbali di chi non ha altri argomenti, che l’interesse alla valorizzazione di certe pratiche arcaiche, oggi esclusivamente legate al soddisfacimento di istinti e primitivismi cognitivi di cui il mondo moderno dovrebbe fare a meno. Sono convinto che, nel contesto di sovrabbondanza della nostra specie e di nostra occupazione capillare dell’ambiente, tutto vada gestito – non solo gli animali, ma l’intero pianeta. Ma la gestione si fa con la scienza, con interventi professionali e dedicati, e non pretendendo che a occuparsi di tutela ed ecosistema siano gli sparatori della domenica o comunque i privati e le loro organizzazioni, magari aprendo pure al mercato.